31/03/05
Sono un suo grandissimo fan. Non per altro, eh, ma perché cavolo, immagino ve ne siate accorti, Lory attrae da sempre la più interessante fauna commentatoria della blogbiglia nostrana. Ho deciso che voglio classificarli, tutti, come si fa con i moscerini.
Ci si firma così, dalla lippa, nick e posta elettronica, nient’altro, impossibile lasciare link (in calce ai commenti), sui blog del circuito kataweb. Perciò, fino a qualche giorno fa, me ne stavo lì ad ammirarne le gesta, frustrato perché no, sembrava proprio non ci fosse modo di risalire a questi buffi animaletti scriventi.
Finché poi, in uno dei miei rari momenti di lucidità, cosa non ti vado a scoprire, la lippa tiene sulla barra di destra una ricchissima lista di link, e che gioia trovarvi nel mezzo, oh grazie signore, il sito personale di buona parte dei miei idoli.
La gioia è tale, che voglio rendervi partecipi. Oggi presento il mio favorito, il cui nome da battaglia è Iannox, che sarebbe (pensate) una brillante elaborazione del cognome, Iannozzi (mica andava bene, per la battaglia dico, Iannozzi, fa rima con maritozzi, troppo popolare), si chiama Giuseppe Iannozzi, ha un blog tutto per sé, questo qui, e quella è la sua foto.
L’ho scoperto da poco il blog di Iannozz pardon Iannox, ma di cose straordinarie, dentro, ne ho già trovate tantissime, a cominciare dalla sua biografia, che sta qui, dalla quale vi cito alcuni passi particolarmente significativi:
giornalista regolarmente iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti, è un critico, ma anche un pazzo che si getta a capofitto in ogni impresa impossibile
Odia i pregiudizi e chi ha dei pregiudizi in campo sociale, politico, religioso, artistico, critico: questo è il solo razzismo che ammette e che sposa con affetto nelle sue maturate (sofferte) convinzioni.
Non si sa con certezza quanti libri abbia letto e consumato: la leggenda vuole che siano un numero spropositato, forse diecimila, ma c’è chi dice che ne abbia digeriti molti di più, forse addirittura quindicimila.
lui è un pezzo di merda, ma di quelli che non galleggiano. Insomma odia la superficialità e non gli piace starsene a mollo in superficie, fosse anche quella d’un lurido rigagnolo.
E’ ateo, praticamente un diavolo sceso in terra, praticamente un angelo sceso in terra, ma di carne e ossa e sangue, mica una “cosa” fatta di spirito pregiudizio immaginazione o che altro! E’ profondamente nicciano, insomma uno spirito libero.
Non è un riformatore del mondo, ma odia le ingiustizie. Non mitizzatelo: se ne avrebbe a male.
I simpatici gli stanno antipatici. E viceversa.
Secondo me è un celenterato.
Maurizio Dovigi è l’uomo che vanta la creazione del primo video-log europeo. O almeno, così dice lui. Maurizio Dovigi è anni luce avanti noi altri comunissimi blogger. Maurizio Dovigi è un vlogger. Non somiglia a noi altri blogger, timidi spaventati camuffati vigliacchi, Maurizio il vlogger ci butta la faccia, in rete, la sua faccia le sue idee persino una certa reputazione (due importanti personaggi pubblici, qui, tra i suoi lettori)(ah ovvio, scrive libri Dovigi, anche una Guida pratica al sogno americano, pensate). Lungimirante dunque, ma anche coraggioso, Dovigi, si mostra tutto senza pudore, sfidando i pregiudizi che spesso toccano in sorte ai molto brutti, agli scemi del villaggio, agli opinionisti da bar sport, ai froci (chi altri indosserebbe simili dolcevita, mi chiedo).
Doveva blogdiscount, forse, risparmiarsi un esperimento di vlogging?
Sapendo di non poter emulare neppure lontanamente le vette raggiunte da Maurizio Dovigi, abbiamo deciso di spostarci in un’altra direzione. Abbandonato perciò quell’esaltante miscuglio di adolescenziale logorrea e stile professorale (in realtà, una parodia del professorale) che è tipico di Dovigi, il nostro primo video-post è ispirato ad una ennesima lezione della prof Tomasevskij, di prossima pubblicazione, sullo stile cosiddetto “poetico”.
con il destro, “save as”
Si tratta infatti di una profonda metafora, che riguarda le più profonde implicazioni di blogdiscount. Si tratta della nostra più profonda essenza. Intendetela, sì, come una forma di profondo compatimento per le nostre vittime. Una confessione, anche. Profondamente sentita.
*alcune preziose immagini dal backstage*
1. il fulmine nel cielo |
2. pausa in cantiere |
3. dio manda la pioggia |
30/03/05
Vi ricordate? Qualche tempo fa mi lamentavo dell’irrimediabile ed abissale stupidità femminile. A più di due mesi di distanza, in seguito ad alcuni fatti successi in rete nell’ultimo periodo, mi sento in dovere di ritirare tutto ciò che ho detto.
Innanzitutto, devo annunciarvi che ho riscoperto la vera paladina dell’intelletto. Le sue battute al vetriolo, fra i commenti di un post su Daveblog*, annichiliscono con incisività e saggezza (”ammazza come ti brucia il culo piccoletta”) l’avversario basito. Mi sto ancora cucinando nell’orgoglio di appartenere al suo stesso sesso, quando decide di darmi il colpo di grazia: scrive questo stupendo post in cui, oltre ad analizzare con mirabile ironia la questione bolscevica, prende pubblicamente coscienza della sua intelligenza e se ne lamenta (”mi piacerebbe essere ottusa”). Che donna d’animo puro. Riesce a dare il meglio di sé, comunque, proprio in una pregnante disquisizione sull’essere donna nel 2000, che mette luce su ancestrali quesiti cui nessuno aveva mai dato risposta: quali capolavori avrebbe partorito, se ne avesse avuto l’occasione, la sorella di Shakespeare?
La lista dei geni non è finita. Una vecchia conoscenza si dà alla letteratura, e svela gli inquietanti background del suo personaggio: - una personalità multipla (”possiamo dirci soddisfatti“); - un irresistibile desiderio d’espansione dei suoi post su altri siti; - un’eccelsa abilità nell’azzeccare citazioni (v. colonna a destra); Questi caratteri, sicure espressioni della sua intelligenza superiore, fanno di lei una vera donna di successo. E pensate, persino Blogdiscount risente di tanto successo, visto che da due link in due post diversi, scritti qualche tempo fa su booksblog, sono arrivati ben quattro preziosissimi accessi.
E poi, e poi c’è quell’altra, sì, com’è che si chiama? Quella scaltrissima che commenta tutti i blog elemosinando pareri sul suo, di blog, bellissimo eh, per carità, un capolavoro di grafica: sembra aver seguito tutti i nostri più preziosi consigli. Arriverà lontano. Anche lei, poi, di un’intelligenza, di un’originalità (pensate: scrive la stessa mail a tutti; e pensate: c’è gente che ci casca), deve certo essere una studentessa brillante, alla sua scuola elementare, lo dice anche Francesca Mazzuccato (ve lo ricordate Diario di una Blogger?), un parere autorevolissimo dell’ennesima cima internettiana, se lo dice lei, e lo dice anche - pensa te - la stessa Proserpina… ma com’è che si chiama? E poi, ah, c’è la più intelligente di tutte. Per un attimo pensavamo anche di averla perduta, con i suoi commenti schizofrenici (personalità multiple pure lei, ebbene sì) e i suoi post talentuosi, mai una parola di troppo, mai una riga fuori post(o), verità rivelate, mai banale, nemmeno quando saggiamente ci ammonisce: non aspettatevi troppo, dai film mediocri. La rete pullula d’intelligenza.
*Breve riassunto della vicenda: Rolli insinua, Dave se ne tira fuori.
29/03/05
Sto vivendo un’intensa esperienza di letteratura ultrapsichica. Da ieri la Jane Guy, incagliatasi tra i ghiacci, è circondata da un gruppo di ferocissimi orsi bianchi. Ferocissimi, sì, sono sicuro, perché uno dei meccanici, questa mattina di ritorno dalle latrine (sia maledetto chi ha avuto idea di metterle laggiù, su quell’iceberg lontano lontano)(e certo però che la puzza, in questo modo, non si sente) è stato aggredito a pochi passi da noi altri dell’equipaggio, al sicuro dietro oblò spessi venti centimetri, e sbranato così, tutto crudo, in un battibaleno. Siamo affamati, impauriti, condannati. Ora che sono prossimo alla morte, violenta per giunta, sprofondato nel campo senza uscita dell’improbabile, ora che sto per finire così come mai avrei pensato di finire, con i pollicioni resi blu dal troppo freddo, proprio ora – per la prima volta forse – posso sentire di essere, o meglio, posso sentire di sentirmi essere. E cos’è la letteratura, se non la percezione della percezione dell’essere, questo sentimento che si ha del sentimento di essere. Osservo l’animale ferocissimo che a sua volta osserva me, avventuriero coraggioso giusto un tantino soprappeso, ci osserviamo dall’oblò qui sopra la scrivania, io e l’orso, e lo sappiamo entrambi, è un movimento naturale, sono il suo cibo e mi riconosce come tale, e questo metallo questa plastica questa gabbia artificiale che ci separa, che mi isola e protegge da lui, dal mio altrimenti inevitabile preistorico destino, questa barriera è essa stessa letteratura. Perché cos’è, la letteratura, se non la barriera solamente umana che permette una testimonianza dal di fuori, nel silenzio esterno al discorso, delle infinite possibilità del reale. Sto vivendo la più intensa esperienza di letteratura ultrapsichica della mia vita. Euforico, so che dovrei buttar giù queste riflessioni su carta, una lettera magari (“di addio”, chi sa) ad Ale e Leo, sì, decido di provarci:
Cari amici, cioè persone eccezionali che considero strette al mio cuore dal sacro vincolo dell’amicizia, un vincolo cioè fatto di profonda stima e affetto reciproci
No, troppo vago, riprovo:
Stimatissimi amici miei, vi voglio un bene così grande che voi neanche immaginate
No no, ancora non ci siamo:
Amore, amore
No, be’, l’orso mi deconcentra, proverò più tardi. Tanto la rete è caput, e il postino, qua, mi sa che non arriva.
Cari nani, è dopo innumerevoli settimane che torno a dissertare sugli stili scrittorî più in voga, quelli che (unitamente alle ben note lezioni di blogstaritudine) faranno di voi blogger e - perché no - professionisti di sicuro successo. Oggi tratteremo lo stile logorroico, quella particolare forma in cui una trama semplice, di stampo prevalentemente biografico (o meglio, autobiografico) diviene il pretesto per infiniti, noiosissimi, ma quanto mai fascinosi, veri, pregnanti e pretenziosi pipponi filosofici, lunghe parentesi fini a se stesse in cui l’autore esprime le proprie straordinarie opinioni su questo o quell’argomento. Gli autori più accorti (cioè voi) avranno cura, poi, di mascherarsi dietro ad un io narrante fittizio, in modo da poter sempre difendersi in caso di accusa. Immaginate un commento acido ad un post o, ancora meglio, la conferenza stampa di presentazione del vostro primo romanzo, durante la quale un giornalista poco gentile vi chiederà: «Si rende conto di quanto stupide, banali e noiose fossero le idee da lei espresse nel suo lavoro?». Voi potrete sempre esclamare: «Ma era proprio questa la mia intenzione: fare di Daniel Sonnino una persona stupida, banale e noiosa!» tossicchiando per dissimulare l’imbarazzo.
Qualcuno di voi avrà ravvisato la somiglianza di questo stile a quello colloquiale. Entrambi sono infatti mirati all’esaltazione delle proprie idee ed opinioni, più che della trama, evidenziando in questo modo un fortissimo legame con la cultura blog. Le differenze sono però notevoli, e riguardano proprio lo stile di scrittura, il "tono di voce", che deve essere: - sicuro; - cattivo; - sarcastico; o almeno, questa è la moda del momento.
La sicurezza viene espressa da un’apparente padronanza della logica di frase e del linguaggio. Non abbiate paura ad usare frasi lunghe, articolate, ricche di subordinate incomprensibili: anche se la loro costruzione dovesse risultare errata, nessuno se ne accorgerà (i pochi che noteranno gli errori, saranno ammutoliti dal dubbio e dal senso d’inferiorità). In una sorta di capovolgimento dello stile enfatico, sono i benvenuti duepunti, virgole e puntevirgola. Usate i punti fermi con parsimonia, solamente per spezzare, ogni tanto, un discorso altrimenti monotono. Le parole, poi, dovranno essere forbite, ma non troppo pretenziose (altrimenti non vi legge nessuno). Insomma, via libera agli aggettivi insoliti e a tutte quelle paroline di cui ognuno sa l’esistenza, ma che nessuno ha il coraggio di usare (acciocché, checché, altresì, poiché, chissà perché tutte tronche). Piccola nota sulle descrizioni d’ambiente: è bene usare termini tecnici e specifici. Nessuno li conosce, ma si capiscono dal contesto. Ad esempio, se descrivendo un paesaggio vi soffermerete sulla bellezza delle tamerici salmastre ed arse, la gente capirà che sono solo delle piante, e allo stesso tempo vi ammirerà per la vostra cultura spropositata.
La cattiveria si riassume in tre semplici punti. Uno: il protagonista è impietoso nei suoi giudizi sul mondo, e anche piuttosto menefreghista. Due: il protagonista è anche notevolmente autolesionista. Tre: il protagonista è infine sfigato e subisce un sacco d’ingiustizie. Il che spiega anche il punto uno.
Per il sarcasmo vi rimando alla lezione sullo stile umoristico. Traete da lì i precetti migliori, preoccupandovi, stavolta, ancor meno della bontà delle vostre perfide battute. L’Intelligenza emergerà in modo talmente immediato dalla sicurezza e dalla cattiveria, che il lettore non potrà fare a meno di ridere ad ogni vostro tentativo umoristico, per non sentirsi troppo stupido («questa non mi fa ridere, mioddio, devo essere un cretino»).
La prossima lezione di scrittura mediocre, in data da definirsi, tratterà lo stile poetico. Intanto, applicatevi nello studio e riflettete profondamente sulle vostre carenze.
24/03/05
[Antefatto : E’ stato b.georg a pormi la domanda : “definizione di utile, please” e mi sono risposto così.]
Una ragazza utile, per esempio, è Melissa P.
Melissa P., tutti sanno chi è (l’autrice di un best-seller che racconta le esperienze sessuali spinte di una minorenne siciliana, 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire, Fazi Editore). Ha anche un blog, la cui prima utilità è indubbiamente di farci entrare nel suo favoloso mondo, di informarci sulle vicende del film (fedele? infedele?), e seguire la trionfale vita del suo libro all’estero, con post come questo (l’ultimo, in data odierna) :
“A fine marzo dovrei andare in Turchia.
Oggi l’editore di Okuyanus mi ha scritto che il tribunale turco ha condannato il mio libro e si sta scatenando un putiferio con tanto di processo legale.
Una parte di me vuole andare a tutti i costi, ad esprimere il dissenso, lo sdegno e lo stupore. Sicuramente questa parte di me non inveirà di certo contro l’Islam e le sue leggi. Vorrei, piuttosto, far capire che in Turchia di scopatrici ce ne sono, e che è inutile nasconderlo. Voglio stare accanto a quelle donne che hanno manifestato qualche giorno fa ad Istanbul.
L’altra parte di me ha paura. Non mi sono mai trovata sotto il mirino di un popolo. E’ eccitante, devo dire, è eccitante finchè rimango a casa, sul mio Colle Oppio, ma se andrò ad Istanbul forse l’eccitazione potrebbe trasformarsi in panico.
Non lo so.
Devo chiedere consiglio.”
(Rinuncio a commentare, ma come non rimanere colpiti da a) il concetto di “scopatrici turche”, b) l’eccitazione nel trovarsi “nel mirino di un popolo”, c) la dichiarazione di rispetto dell’Islam e delle sue leggi, d) l’animo dilacerato tra due parti incongiungibili di sé, ecc.)
Una ragazza da utili, Melissa. E ben vengano, se permettono di pubblicare tanti altri ottimi libri magari meno letti :
“La Fazi (che è nata nel ‘95, pubblica 70 novità all’anno con un fatturato di 15 miliardi di vecchie lire) ci tiene a ricordare che oltre alla P. ha in scuderia anche la V di Gore Vidal (”Non solo lo abbiamo riscoperto come romanziere ma lanciato come polemista radical”) nonché la F di John Fante - ma pure di Gianfranco Fini, di cui Elido Fazi, editore di sinistra, ha appena pubblicato il saggio L’Europa che verrà”(l’articolo si legge online sul sito di minimumfax)
E perché non unire all’utile, il dilettevole? Infatti, Melissa si è fidanzata con Thomas, il figlio di Elido Fazi.
Nel frattempo, in Francia, un liceale su due, secondo un’inchiesta della DUI (Délégation interministérielle sur les Usages d’Internet), ha aperto un blog. Solo che invece di dedicarsi al bello scrivere, all’introspezione o alla simpatica comunicazione tra coetanei, i liceali si sono messi a pubblicare fotografie dei loro compagni, scattate con il videotelefonino e accompagnate da didascalie quali : “stronzetti”, “sfilza di galletti”, “povera deficiente”. Era così divertente che sono passati ai proff (“che culona, la prof di mate”), con conseguente reazione della classe docente che non ha il senso dell’umorismo, e espulsioni su due piedi dei blogger irrispettosi. Be’, sono blog inutili, quelli.
Segnalate i vostri blog utili o inutili scrivendomi (soprattutto, quelli utili : mi sono convertito al think positive).
21/03/05
Nell’articolo di Gianluca Nicoletti (informato, condivisibile, scritto bene, e tutto ciò non stupisce da parte di un giornalista che ha votato - sì sì - la sua vita - almeno quella professionale - alla critica dei media, e in particolare ai suoi aspetti più trash), l’unico punto su cui ci sarebbe da ridire è l’epiteto “fighetti” per le poche decine di blogger che “dettano legge” nella blogbiglia, mentre le centinaia, addirittura migliaia di altri sarebbero solo “sfigati”.
No, mi pare che qui possiamo fregiarci di essere democratici. Siamo tutti degli sfigati allo stesso modo, linkati o meno, sia che blablableggiamo nelle alte (si fa per dire) sfere di Macchianera, sia che allineiamo le nostre kappe, ics, o gif nelle fogne di fuffaggregator.
Press’a poco è quanto dice David Foster Wallace in un saggio intitolato Host.* Ivi, Wallace parla di un altro media, la radio, e del successo dei talk-show politici condotti da un “host” appunto, il cui nome compare nel programma e ne è l’attrattiva.
La radio ha un suo peso perché - pensateci un po’ : quand’è che ascoltate la radio? no, non la musica in filodiffusione del supermercato, dico i discorsi che si fanno in radio? sì, l’ascoltate mentre state guidando -, e in America si guida tanto, tanto, ma tanto.
Cercando di definire il campo d’azione e la qualità della radio, Wallace spesso l’accomuna ad altri media, quali il blog e dice : “C’è almeno un vantaggio vero e rinfrescante che i bloggers o gli ospiti di talk-show radiofonici hanno sui media normali di maggiore diffusione : non sono né gli amici né i pari dei funzionari pubblici di cui si occupano”. Cosa che invece è avvenuta per i giornalisti della stampa e dei media tradizionali. Sono diventati potenti quanto un giudice, un ministro, un deputato, un politico : “Cenano negli stessi ristoranti e vanno in vacanza presso le stesse isole dei Caraibi… E, più importante, come i politici, il loro lavoro non è soggetto ad essere delocalizzato in Cina o in Blangladesh.”
“E’ il motivo per cui la migliore etichetta per definire la posizione della stampa a livello nazionale tipo New York Times/Time non è ‘media liberali’, bensì ‘media elitisti’”, mentre la radio non rientra in nessun modo in questa elite. Ovvero il giornalista o conduttore radiofonico è uno sfigato.
Un’altra funzione dei media “minori” è di passare al setaccio la molteplicità straripante degli altri media, diventando “meta-media”, media che parlano di ciò che dicono gli altri media commentandoli (oltretutto costa meno).
In altre parole, il conduttore di radio talk-show è populista. Deve crearsi un “personaggio” e un “template”. Deve fare audience, perché altra autorità, non ne ha. E a questo punto, l’ultimo hit di Christina Anguilera vale il decennale del processo O.J. Simpson.
Al pari dell’”host” radiofonico, il blogger da (potenziali) mille e un accesso si sente ai margini e aspira. Come dice Wallace, questo stare al di fuori di ogni logica di potere e di eccellenza potrebbe renderlo simpatico e “fresco”. Invece, spesso incompetente, riproduce servilismo, prepotenza, neghittosità, e arroganza nel suo piccolo mondo indistinto di formica.
Epperò, sì, come dice qualcuno, ci sono, nel grande cielo di blogolandia, oltre ai cento più linkati, migliaia di stelline con due o tre satelliti, di cui nessuno conosce l’esistenza, minuscole blog-vite solitarie il cui raggio non arriverà mai da nessuna parte nemmeno anni-luce dopo la morte.
(Snif!)
* segnalato da Brodoprimordiale. Il link all’articolo di Wallace è a pagamento, il link allo stesso su cache (niente da pagare, ma meno leggibile) non è più disponibile.
19/03/05
[AGGIORNAMENTO : Leggo adesso in Alias (il supplemento culturale del sabato del manifesto), qualche ora dopo aver postato quanto segue, una recensione, firmata da Tommaso Pincio, di Tredici storie per tredici epitaffi che sta per uscire in Italia, con la traduzione di Chiara Bellini e Simona Vinci, sempre per l'editore Fanucci. E non l'ho nemmeno fatto apposta. (Be', ho tradotto io la pagina qui sotto, e a questo punto si può leggere in anteprima, ma ogni eventuale errore è purtroppo tutto mio.) ]
Shock appeal : Chi sono questi scrittori e perché vogliono ferirci, si chiedeva, nel 1993, Larry McCaffery, uno dei primi critici “avant-pop”. Era all’occasione della recensione di un libro di William T. Vollmann (al quale accomunava l’allora quasi esordiente Wallace), Thirteen Stories and Thirteen Epitaphs. In Italia, ne è stato scorporato un racconto intitolato Manette.
Fanucci ha pubblicato invece per intero I racconti dell’arcolabaleno dove, al suo solito, Vollmann mischia reportage, testimonianza, riciclo, lirismo dell’abiezione e dell’anaffettività, geometria della tortura come regola di vita, dandysmo perfino (un esempio su tutti, quando descrive lo Zombie, un serial killer dalla faccia putrefatta, termina con questa frase, degna di Lautréamont, che dice di adorare : “Le piccole vanità dei reietti sono veramente sinistre perché ci dicono che queste teste ragionano”). Nel suo culto per l’esperienza dell’estremo, mette su trame scoordinate e paratattiche. Nella vita è adepto di droghe, puttane e fucili. E’ contrario al safe sex. Quando era piccolo, è morta annegata la sorellina che doveva sorvegliare. (Aiuto! E’ troppo!) La sua ultima pazzia (in ordine cronologico), sono i sette volumi di una mostruosa storia della violenza. E’ prevista l’uscita del prossimo romanzo, Europe Central, fra pochi giorni, in America.
“Queste storie sono tutti epitaffi; questi epitaffi sono tutte storie. (Una buona storia non è che un carro funebre per portarvi fino alla fine dove aspetta l’epitaffio).”
Mien - Vietnam
Il tuo innamorato guidava veloce. La vecchia macchina sferragliava.
Ho detto : Grazie per il passaggio.
Ho detto: Cavolo se fa caldo.
Ho detto : Avete molti autostoppisti da queste parti?
Lui ha detto : Ci crederesti se ti dicessi troppi?
Aveva una lastra d’acciaio nel cranio.
Ha detto : Ero nei Corpi Speciali. So uccidere. Potrei ucciderti in due secondi.
Ha detto : A volte impazzisco. Penso per via del defogliante. Ci hanno messo nelle risaie a strisciare nella merda per due settimane tre settimane e gli elicotteri continuavano a spruzzarlo come fosse nebbia e poggia. Potevi vedere la giungla accartocciarsi.
Ha detto : Ero negli Artificieri. Una volta mi hanno detto di far saltare una chiesa cattolica per prendere dei vietcong. Quando è partito, hanno scoperto che erano i tizi sbagliati. Ero cattolico, pure, prima. Ho ucciso un centinaio di persone che stavano pregando.
Ha detto : Questa lastra d’acciaio fa male.
Ha detto : Ho ucciso Mien, anche. Aveva solo quattordici anni, ma ne dimostrava ventuno. Le avrebbero servito da bere in qualunque bar del mondo.
Ha detto : Non ci credevo quando il comandante ha detto che stava fottendo l’operatore radio. Non potevo crederci.
Il comandante ha detto : Lei passa i codici ai vietcong.
Ha detto : E’ Charlie.
Il comandante era nero.
Il tuo innamorato ha detto : Lei è uno sporco negro, signore. Suo padre era nero, signore.
(Finché diceva signore, la cosa rimaneva tra loro due. Finché diceva signore, potevano venirne fuori entrambi.)
Il comandante ha detto : E’ tutto a posto. Capisco quel che provi.
Ha detto : Vuoi che me ne occupi?
Il tuo innamorato ha detto : Lo farò io.
Ti ha portata in un parco su una collina sopra Saigon.
Voleva baciarti il seno. Ha detto : Sei Charlie?
Hai tremato, sei illividita, giallolatte. Eri sua, bella.
Si è avvicinato, faccia contro faccia. Ha detto : Sei Charlie?
Hai detto : Tu – non sei di qui.
Ha tirato fuori il coltello e te l’ha piantato in gola. Ha tagliato la tua testa e l’ha portata al comandante. L’ha buttata giù sulla sua scrivania. Ha detto : Se mai dovesse scoprire che mi ha indicato la ragazza sbagliata, non mi dica niente, sporco negro figlio di puttana, signore.
Ha detto : La lastra di acciaio mi fa male.
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