31/05/05
Cari nani,
volevo oggi lasciarvi in pace, e godermi i dieci chili di granita all’arancia che il gelataio ha appena consegnato qui a casa, sennonché nella mia quotidiana ricognizione internettiana, ho trovato un case study già munito anche di materiale visivo che mi ha dato spunto per parlare di un argomento su cui volevo già da tempo discettare: i comportamenti massonici da blogstar.
Dicesi comportamento massonico qualsiasi atto volto a rivelare in pubblico una verità parziale, di cui sono a piena conoscenza solo un gruppo ristretto di persone, dette, appunto, massoni. In parole povere: comportamento massonico è quando una blogstar riferisce in linguaggio cifrato sul suo blog, letto da qualche centinaio di persone al giorno, l’esito di qualche avvenimento noto nella sua interezza solo ad una decina scarsa fra queste.
Lo scopo della rivelazione non è ovviamente fornire nuove informazioni a coloro che già sanno (non soltanto, almeno, per questo sarebbe bastata una mail), quanto piuttosto stimolare una duplice reazione nei lettori ignari:
1- il desiderio morboso (curiosità) di sapere a cosa diavolo la blogstar si sta riferendo;
2- il desiderio profondo di accettazione all’interno del ristretto circolo massonico, da cui il comune mortale è escluso.
In questo caso: Giulia Blasi - pare - è stata assunta in rai. Non si sa se come sguattera, velina, autrice, microfonista, truccatrice, spalla o presentatrice: nessuno ha idea di cosa diamine faccia là dentro. Eppure lo si sa. Alle ore 21.25 del 30 maggio 2005, Giulia posta una foto, scattata in un luogo non ben determinato (camerino? tinello di casa sua?), magistralmente commentata da un laconico “mezz’ora prima”. Titolo del post: on air. Un capolavoro di detto non detto.
Le persone informate sorridono con soddisfazione, lasciando commenti altrettanto criptici, oppure non commentando affatto. Quelle non informate cincischiano, fanno finta di niente, o chiedono spiegazioni, molto timidamente, cercando di sdrammatizzare, perché è sempre una vergogna esibire la propria non-appartenenza al circolo.
Quando un piccolo gruppo di blogger sa in anticipo che sta per succedere qualcosa, è impossibile che resista al fascino di fare pubblico scambio di informazioni tronche, di esibire la propria appartenenza al gruppetto: vi ricordate il mistero, l’agitazione euforica, che aleggiava in rete sul gruppo di autori della nota antologia, poco prima che uscisse (eeehhh aspettiamo novembre… eh cosa non succederà a novembre… eh sai l’invidia a novembre…)?
Avere la possibilità di esibire un comportamento massonico, senza essere presi per il culo, è una delle misure più importanti della blogstaritudine. Ricordatevelo.
E ora torno alla granita.
- Mi hanno detto che Blogdiscount non fa testo.
- E come mai? Che cosa ci vuole, per far testo?
- Credo che per far testo, ci voglia la faccia.
- Non ho capito.
- Non importa quel che scrivi, anzi non importa proprio che tu sia del tutto alfabetizzato, importa “conoscersi”.
- Eeeh, che pessimista, la solita teoria paranoica delle “amicizie”.
- No, non c’è neppure bisogno di fare amicizia. Basta che ti presenti al primo blograduno, anche condominiale, e dica: “Ciao, io sono madameverdurin.splinder.com, puoi chiamarmi Gustavo”, poi si sparge la voce, sai, di link in link, meglio se non sei troppo figo che non scateni risentimento (ma se sei una ragazza, vale il contrario), da quel momento, sei credibile – ricattabile, dico io -, e fai testo (anche se scrivi due righe strampalate ogni due giorni).
- Be’, ma scusa, che c’entra? Ci sono tanti motivi per cui ho un nick, tra cui il principale è che è un delizioso modo di sfuggire ad alcuni noiosi obblighi e formalismi di natura istituzionale o sociale (oltre al fatto che da quando la rete è rete, è raccomandato usare un nick, per sicurezza e privacy). Non era quella, la novità del virtuale?
- Ah, ma tu non conosci lo strano caso del dr. NomeECognome e di Mr Nick? Adesso ti racconto.
Il Dr. NomeECognome era affidabile, firmava assegni e appelli per la pace. Pesava ogni parola che diceva perché “sapeva che parlare e scrivere è come fare”, che “la sua presenza permette di compiere atti linguistici. Gli atti linguistici sono promesse, insulti, ordini, sì matrimoniali, ecc. Sono cose fatte con le parole.”*
Un giorno (non era una notte, stranamente, era proprio un giorno, anzi, un giorno in ufficio che il collega stronzo, quello che lecca il culo all’executive senior, gli aveva rovesciato apposta – sì, sì, ne era certo - il caffè sulla tastiera), ecco un giorno, davanti al suo schermo dove leggeva pieno di disprezzo quelle cazzate della rete, è stato preso da un impulso micidiale e ha digitato in un commento “Qual è si scrive senza apostrofo, ignorante!” firmandosi con un nick. E’ stato l’inizio della fine.
Dopo si è vergognato da matti. Si è giurato che non l’avrebbe fatto mai più. Si è sforzato di non andare a ricontrollare ogni cinque minuti se qualcuno avesse risposto, e quando ha letto : “Ma chi ti conosce povero coglione”, c’è rimasto di un male.
L’indomani, seconda crisi. Questa volta ha aperto un blog ed è diventato Mister Nick.
Il Dr NomeECognome era inorridito. Mister Nick scriveva post tremendi, calpestava le aiuole, torturava le zanzare, insultava le dodicenni, rimorchiava le vecchiette, dileggiava Personalità confusa, e soprattutto si rifiutava di rivelare la sua identità. Guarda, non andava mai a un blogrodeo, neanche quando era sotto casa sua.
- E come finisce?
- Molto male. Da quel momento è stato un capitombolare senza fine. Il Dr. NomeECognome è diventato l’ombra di se stesso. In ufficio, non rispondeva più a nessuno. Saltava la pausa delle undici e mezzo, scriveva Vivalafiga sulla porta dei gabinetti aziendali, mandava lettere anonime al direttore delle risorse umane. Mr. Nick s’era impossessato di lui. Che dico? Era diventato lui! Finché un giorno fatale, ha firmato gli assegni del Dr. NomeECognome.
- Ecco vedi quel che può succedere, a giocare con il fuoco!
- Quindi, se vuoi far testo, mostra la faccia e dai le generalità. Dopo, oltretutto non avrai neanche più bisogno di scrivere nulla, oppure solo qualche riga, generata automaticamente, un semplice link preso a casaccio in un blog americano, la foto dei gerani sul balcone, il calendarietto del meccanico all’angolo, l’ultimo mp3 scaricato, basta e avanza.
- Ma che piacere c’è?
- Non lo so, credo che così uno si senta felice, riconosciuto.
- Ma se io, appunto, non voglio essere conosciuto, figuriamoci, riconosciuto!
- Be’, allora non farai testo.
- Oh, devo andare. Paghi tu i cappucci, eh. Ciao!
* Le parti virgolettate sono tratte da un commento di Tiziano Scarpa.
30/05/05
Cari ewok,
vi siete mai chiesti cosa succede quando i blogger si incontrano? La materializzazione delle esistenze virtuali: sudori che si mescolano nello schianto di guance surriscaldate, sguardi stupiti, l’inevitabile garetta a chi si mostra di più, un infinito ritorno dell’argomento blog, l’unico possibile in un contesto simile («L’altra sera sono stato in disco» «Ah, che schifo la disco, ne parlavo proprio un mese fa in un post che…» «Oh, ma che ne pensi del buco nell’ozono?» «Eh le tragedie. Proprio come quando mi si è fermato shinystat, l’anno scorso…» «Belle scarpe!» «Sì, le ho viste in foto sul sito della Giulia e non ho resistito»).
Non ci sono mai stata, ad una blogfest, ma la immagino più o meno così, condita di alcol, canne e gruppetti, proprio come nella miglior tradizione dei festini liceali.
Per voi wannabies, questi raduni devono essere il trampolino di lancio dell’incoming celebrity, oppure l’ultima occasione per farvi conoscere ad un pubblico che proprio non ne vuole sapere di voi.
Dopo l’accuratissima scelta dell’abbigliamento (per alcuni consigli in merito, vedete qui), ci sono poche cose da dire sul comportamento migliore da tenere: pubblic relations portate alle estreme conseguenze, coi blog che contano; assoluto divieto di fare gruppo con gli sfigati che non conosce nessuno, nemmeno per tirarsi su di morale; assoluto divieto di scattare foto a chicchessia; assoluto obbligo di comparire in almeno dieci foto assieme alle blogstar di grido.
Quest’oggi, però, voglio provare a suggerirvi, accanto alla via istituzionale, alcune tattiche di nuova concezione che potrebbero portarvi successo imperituro (se ve lo state chiedendo, la risposta è: sì, vi sto usando per l’ennesima volta come cavie).
Tattica n°1: convincete Dave a venire alla blogfest assieme a voi
Vista la nota reticenza del dottore nei confronti dei raduni, portandocelo attirerete sicuramente tutta l’attenzione su di voi, e passerete alla storia come colui/colei che ha portato il Dave alla blogfest.
Rischi:
- l’attenzione si concentra tutta su Dave, e venite dimenticati;
- l’attenzione si concentra tutta su Dave, e venite calpestati;
- venite ricordati come colui/colei che ha portato il Dave alla blogfest, ma nessuno si ricorda la vostra url.
Tattica n°2: portate cocaina alla blogfest
Nonostante lo snobbismo canna-sinistrorso della maggior parte degli invitati, nell’anima di ognuno di essi - fidatevi - si cela, neanche troppo velatamente, un Flavio Briatore.
Rischi:
- i blogger più canna-sinistrorsi vi menano;
- i blogger più canna-sinistrosi, dopo aver nascosto accuratamente i loro sei chili di hashish in cantina, chiamano la polizia e vi fanno arrestare;
- i blogger presenti, euforici per l’uso della droga, non vi cagano di striscio e si danno all’orgia (a cui non parteciperete perché non avete fatto uso della droga e la realtà, voi, i doppi menti e la forfora, li vedete così come sono).
Tattica n°3: vi mettete a declamare poesie di D’Annunzio in piedi sul tavolo centrale
Almeno vi notano. E magari vi trovano anche simpatici. E magari si ricordano anche di voi, se voi però vi ricordate di indossare una maglietta con su scritto l’indirizzo del blog.
Rischi:
- (banale) i blogger più morigerati chiamano la polizia e vi fanno arrestare per disturbo della pubblica quiete;
- (meno banale) c’è Dandyna che mostra le tette sull’altro tavolo, e a voi non vi si cagano;
- (decisamente meno banale) c’è Gianluca Neri che balla nudo sul terzo tavolo, e a voi, così come a Dandyna, non vi si cagano: Dandyna, disperata, tenta di concupirvi.
Tattica n°4: ci provate con Gianluca Neri. Sì, anche se siete uomini.
Rischi
Nessuno, oltre quelli immediatamente evidenti.
28/05/05
Alle 15.30, sono già assiepati davanti alle porte (chiuse) della saletta al primo piano della Fnac, quella dove si fanno le presentazioni librarie. Avete in mente la metropolitana verso le cinque e mezza di sera? Ecco. Anche la gente è la stessa. Età dai quindici ai sessantacinque, rapporto femmine/maschi press’a poco pari, coppie, ragazzine delle medie, un ragazzo dark, uno punk (sì sì), un bambino con il nonno, un gruppetto di fan della prima ora e fieri di esserlo: “Ah ah non era così due anni fa”. Allegria da festa, da sabato pomeriggio sul corso. Alle quattro precisissime, il pubblico viene fatto entrare. Ressa da saldi. La stanza, saranno 50 metri quadri senza finestre, hanno tolto le sedie. Lei sta da sola con il piano, su una pedanina. Tutti in piedi a sudare in coro nonostante l’aria condizionata. Non si vede niente.
Solo che io, comincio ad avere un’ansia da claustrofobia e mi sposto verso le porte, mentre quelli della sicurezza fanno sedere la gente per terra, sul parquet. Una signora accanto a me, di mezz’età, in virtù proprio di questo, si accaparra una sedia. Non si siede però, ci sale sopra, chiamando il marito : “Non la vedo, non la vedo”. Ci sale lui : “Vedo i capelli”.
In compenso si sente.per cinquanta minuti. Roba del cd. Poi : “Mi avete sentito a Music Farm, fare una cover…” “Una cover di Baccini!” urla, fine, una ragazza. Così, lei canta “Sei bellissima”. Poi “Un mondo perfetto”, dove “chi sei” rima con “e-mail”. Poi tutte le altre, intercalandole di considerazioni sulla gavetta, le porte in faccia, l’emozione di avercela fatta, le ragazze madri, be’, sì, anche le ragazze madri. Scricciolina, caschetto nero più pettinato, trucco nero meno fuligginoso, maglietta fuschsia con le paillette.
Le duecento persone accatastate che, ovviamente, sono di nuovo in piedi, hanno tutte il braccio alzato con il telefonino in mano per fare le foto. Altrimenti, mentre urlacchiano “Sei bella” e “Ti amo”, scrivono sms, oppure telefonano: “Sto sentendo Dolceneraaaa”.
Nel “cubo”, ci sono due tecnici uguali identici, piccolissimi quanto Dolcenera, magrini, con la barbetta, venticinque anni e l’aria triste.
Quando lei caccia il vocione sulle melodie strafatte, è più forte di me, mi commuovo. Ehi, volevo fare una trashcronaca, ma non si può. Non è trash, tutto questo, è solo popolare.
Mentre Marco andava a sentire e vedere Melissa P. in carne ed ossa (fortunatello), io dovevo ripiegare sull’oggetto sostitutivo, il libro .
Mmmh, vediamo, 138 pagine, corpo da disabled reader, margini enormi, direi a occhio e croce che sarà una questione di tre quarti d’ora. Ecco il diario della mia lettura :
Uh, non si capisce tanto bene qui. Allora la mamma prende l’aereo, subito dopo Melissa prende l’aereo anche lei. E’ sfortunata, càpita subito su un impiegato cerebroleso (anche se lei non se ne accorge) :
“- Un biglietto solo andata per Roma, ho detto. L’uomo dell’agenzia di viaggi mi ha guardata e mi ha sorriso: - E dove vai questa volta?”
(a Roma, no? uff)
Catania prima della partenza. “Catania inghiotte.” “Io sono un essere profondamente catanese.”
Melissa è a Roma. Quando va a fare la spesa deve passare davanti al Colosseo che non le piace.
Il suo ex. Cioè il suo ex di adesso. Stava con lui. Prima di Thomas. Si chiamava Claudio ed era più vecchio. Sposato anche.
A quattro anni, mentre sta guardando Lady Oscar in tv, suo padre le infila un dito nella vagina (va be’, io sono brutale, mentre lei è poetica : “Dallo stelo di un fiore gocciola del sangue”)
Melissa ha un’allucinazione, vede le sue ovaie perché è diventata trasparente. Al ché si ricorda quando era piccola, i viaggi nell’utilitaria con mamma e papà. Il papi le compra un diario, ma poi, dopo aver scritto cinque pagine si stufa. “Odiavo scrivere qualcosa privo di senso.” Ma si ripromette di riprovarci.
Thomas “ha ventre e seni materni.” Ah.
Insofferenza davanti alla falsità del successo. Vuole che Thomas la porti via lontano dalla pazza folla.
Gelosia. “Ho la testa così piena di pensieri che pare essere vuota. Sono satura di felicità, la felicità mi demoralizza” “Questa è un’orgia, mamma. Un’orgia di sentimenti”.
Una notte con Thomas, lei vede fantasmi, lui la rassicura con “la sua schiena femminea”.
Si è innamorata di lui vedendolo durante una serata massaggiare la sua amica del momento con la sigaretta in bocca, lui, con “le ciglia quasi femminee” (e dàje).
L’ex le sta sempre più seriamente sulle palle. Ma attenzione, non lo odia, no no, lo detesta. Che è un’altra cosa.
E’ nuda davanti al computer, nel palazzo settecentesco dove abita con Thomas. Tutto ciò le piace. Gironzola biotta per le stanze, poi lui la “possiede” sopra il lavandino. Qualcuno tossisce. E’ il fantasma della mamma.
Gli intellettuali, è “gente morta”.
Lei sente di avere la tenia (ma penso sia metaforico, perché dice che la tenia la ama).
Aborto spontaneo nel cesso, il feto le parla in siciliano, lei tira lo sciacquone. Thomas le regala un cane, ma lui non la digerisce, la storia dello sciacquone.
Gelosia. Melissa va a curiosare nel cellulare di Thomas. Nel mentre, le appare il fantasma della madre, in una scena molto matrix-like (ah ah), che le dice che fa bene.
Ecco, lo sapeva, c’è una che si chiama Viola, porca miseria.
Gelosia, recriminazioni : “E’ come se la consapevolezza del mio sesso si sia ritirata e stia cominciando a sfaldarsi. Non ho più voglia di innamorarmi dentro di lui.”
Viola è la commessa del negozio di animali dove Thomas le ha comprato il cane. Non è bella, ma ha grosse tette.
Vari capitoli con fantasmi, scrittura, amore e morte, ma tutto vago.
Da piccola, parlava con la Madonna. Allora l’hanno mandata dai dottori che hanno detto che “doveva mettere a frutto la sua pazzia per liberarla.”
Ricordo d’infanzia. La mamma le insegna che le libellule, bisogna spiaccicarle perché ti fanno le magie.
Gelosia. “Io ho il diritto di cedere all’istinto.” Ingoia la donna-libellula (non so cosa significhi, vi sto solo raccontando). Permane il problema della tenia.
Marasma. Ma la mamma le fa leggere una lettera di una sua ammiratrice, certa Penelope. E dice che deve farla incontrare con Thomas e poi lasciare lui (ma che consigli del cacchio, le dà, ’sta madre! Non ascoltarla, Melissa).
Too late, l’ha ascoltata. Penelope e Thomas sono felici. Melissa è triste. Il fantasma della mamma le alita in faccia, allora Melissa muore (suppergiù).
ps1 : Per leggere Melissa, ho mollato Pincio, e non mi pento, ché mi stavo annoiavo mortalmente nel nulla. Almeno con Melissa ci si diverte.
ps2 : Io, se fossi Proserpina o Dandyna, m’incazzerei. Perché lei sì, e io no? Proprio non si capisce. Quindi, ragazze, coraggio, perseverate.
27/05/05
Non si può negare però che abbia un’evidente qualità letteraria Marino Sinibaldi
Ieri a Roma, Casa del Cinema, Melissa P presenta con Marino Sinibaldi il suo nuovo romanzo. Io c’ero.
Marino – Allora la prima cosa che voglio dire, è che questo sì, mi pare si possa dire un libro, è certamente un libro, non trovi anche tu, ha tutto l’aspetto di un libro.
Melissa – Ah sì è vero, certo, mi sembra giusto, un libro certo.
Marino – Perché se c’è una critica davvero feroce, tra le tante che t’hanno fatto, è questa qui, che tu non scrivi libri, che tu sei solo un marchio, e per uno scrittore, una cosa del genere, insomma.
Melissa – E’ sì per davvero, proprio, è una cosa che mi ha fatto soffrire molto, che mi dicono queste cose, proprio a me, che penso di avere qualcosa da dire alla gente, che sono scrittrice.
Marino – Perché ci sia uno scrittore, è semplice no, deve esserci secondo me talento e disagio, che se uno non ha disagio se ne va a spasso, con il fidanzato no, invece di scrivere, prende e se ne va al parco
Melissa – Che bello, il parco, con la primavera!
Marino – La primavera, molto bella sì, la primavera, che è una delle…
Melissa – Quattro stagioni!
Marino – Bravissima. E le altre sono…
Melissa - Estate Inverno e… ehm… uhm…
Marino – Comincia con au, come automobile, su forza, au au au
Melissa – Autunno!
Marino – Bravissima, fai progressi tu, si vede, sei intelligente e istruita, a quanto pare, dotata di un’ottima memoria, comunque sia, per tornare al discorso, non mi far divagare, dicevo allora, questa storia qui del disagio, che se non c’è il disagio, allora ecco, e poi invece, che se non c’è talento, cos’è che succederebbe, che tutti quelli che c’hanno un disagio, finirebbero per scrivere, e allora io, pensandoci bene a ‘sta cosa, mi sono chiesto, il tuo disagio qual è?
Melissa – Eh certo io ne ho di disagio, però ho capito con il tempo, ho imparato che non devo averci paura, del disagio, che quando guardo la Gorgona
Marino – Gorgon-e.
Melissa – Cioè praticamente la medusa, Gorgonie sì, io non mi fa mica paura, con tutti i serpenti nei capelli, e non rimango paralizzata.
Marino – Buona conoscenza dei miti, ottimo, lascia che lo scriva, prendo un appunto.
Melissa – Io li affronto i miei disagi, con coraggio, che quando c’ho un male, un male dentro, scrivo un libro, e quando piango, invece, scrivo una poesia.
Marino – Uh ma che bella questa! Non ricordo più, cos’era, il compito per casa?
Melissa – No no per niente, ho improvvisato, ecco vede, è segno di talento.
Marino – Piuttosto, direi di disagio.
Marino – In fatto di letture, come siamo messi, hai letto qualcosa, mi dicono che sei molto precoce, anche in questo, che leggi moltissimo, da quando eri piccolina.
Melissa – Sì sì leggo da quando ho quattro anni, e scrivo pure, da quando avevo quattro anni, scrivevo poesie, delle cose tristissime, ma sempre forti, ho sempre scritto cose forti.
Marino – Brava, ma dimmi, cos’è che leggevi?
Melissa – Dove abitavo io non c’erano librerie, andavo a comprarli al supermercato, c’erano delle grosse ceste, pescavo da là così a caso, che a quattro anni ho letto Bukowski, che neanche sapevo chi era, e a sette anni Marquez, che pure l’ho scoperto dopo.
Marino – Entrambi scrittori, questo sì è curioso, del medesimo continente, il continente…
Melissa – Ammericano!
Marino – Ottimo, ottimo, mi sbalordisce la tua preparazione, per davvero, ma tornando a noi, adesso in questo momento, e in particolare durante la stesura di questa cosa che ho tra le mani, e che riconosco inequivocabilmente come… come…
Melissa – Libro!
Marino – Mi hai letto nel pensiero, un libro sì, giusto, era proprio la parola che cercavo, ce l’ho sulla punta della lingua da ieri sera, un libro certo, e dunque dicevo, durante la stesura di questo libro, cos’è che leggevi?
Melissa - Cioè nel senso di libri?
Marino – Ah, ma eccezionale, questo tuo passaggio, così intuitivo, ad una percezione di pluralità, libri, certo, libri.
Melissa – Eh, non so, a dire il vero, non mi ricordo, io non me li ricordo mai, i titoli.
Marino – Allora, cos’è che bisogna fare, scrivi un libro che racconta di una ragazza che scopa con il figlio di un editore, il suo, cos’è che devi fare, se tu che sei l’autore, e scopi davvero con il figlio di un editore, il tuo, se non vuoi che sto libro sembri ispirato alla tua vita, e quindi… quindi… com’è che si dice?
Melissa – Uhm… ehm… uhm…
Marino – Dài, comincia con au, come autorimessa, au au au, dài, au au au
Melissa – Autunno!
Marino – Comunque, dicevo, se non vuoi che sembri ispirato a te, che poi mica puoi lamentarti, i nomi dei protaginisti no, ti aiuto, secondo te li si può mica chiamare Melissa e Thomas Fazi, e quindi, dài su, cos’è che non devi fare, che sarebbe il modo più semplice di nasconderlo,
(prende il libro e lo ficca sotto la scrivania)
Marino – Cos’hai fatto scusa, mi sfugge.
Melissa –Indovina dov’è!
Marino – Quindi tu, da grande, cosa è che vuoi fare?
Melissa – Voglio che non mi vergogno più, quando dico alla gente che sono una scrittrice, che oggi a volte ancora mi capita, di vergognarmi, perché certi pensano che non è vero.
Marino – E se non ci diventi, com’è che ti immagini, tra dieci anni che ne so.
Melissa – Da sola in casa, che mi faccio un tè alle erbe.
Marino – Ma dio, avrai ventinove anni, io a quella età, che ero giovane, ancora volevo fare il muratore, ma forse è questo, che mi caschi su di un problema d’aritmetica, che dieci più diciannove, quanto fa?
Melissa – Ventinove!
Marino – E allora, ma lo vedi che se t’impegni, le sai fare le cose.
Melissa – No è vero c’hai ragione, ma perché io, quando ci penso alla mia età, questo è il problema, che mica lo so quanti anni c’ho, a volte mi dimentico, e penso che potrei averne anche venti o venticinque a volte persino trenta o quaranta, che a me mi pare d’avere vissuto mille anni!
26/05/05
bella storia che ha visto protagonista, nei giorni scorsi, Francesca Mazzucato, nel caso ve la siate persa (turbolenta eh, accusa di plagio e minaccia di denuncia), per una piena comprensione del post che segue, vi offriamo un aggancio: qui.
La gigantesca poltrona con braccioli Luigi XVI rotellata, un cubano di venti centimetri (spento, mai acceso) tra i denti, la capoccia bella luccicante e il riportino fresco di shampo (fragola e limone) lisciato all’indietro, a spizzare giù in strada gli omini piccoli piccoli che scappano via frenetici, i piedoni al calduccio coperti di vera pelle (purosangue tre volte campione Grand Prix d’Amerique) buttati sulla scrivania acciaio vetro smerigliato (ciclopica, Pier Luigi Nervi, riproduzione in scala di una baleniera), Che bel calduccio Quanto si sta bene E’ proprio arrivata l’estate, pensa l’avvocato dottor Mauro Mazzucato, Oggi a quel fetente del Gamberini gli faccio un due set a zero, Secco secco. Si toglie il cubano di bocca, prende su dalla baleniera un foglietto, il primo che capita (Cazzo è questo, ah sì, la fattura della Sgrena, mortacci sua), ci strappa un angolino, lo appallottola, e poi lancia, tenta un colpo di cubano, un rovescio, Smash!, grida, ma va a vuoto, Mavvafanculo. Squilla l’interfono, sta per colpire che squilla l’interfono, Mortacci sua dell’interfono sempre a rompere il cazzo, pensa l’avvocato dottor Mauro Mazzucato.
- Ti avevo detto che non c’ero per nessuno, no, sto lavorando sul caso Sofri, sono impegnato, non ci sono per nessuno, lo capisci, te l’avevo detto mi pare, per n-e-s-s-u-n-o.
- Ma signore, c’è sua figlia, dice che è urgente.
- Mia… chi?
- Sua figlia, signore, la signorina Francesca.
Il cubano torna al suo posto, nella scatola grande in argento, i cubani originali arrotolati a mano (che non vendono dal tabaccaio, no), aspetta che gli passino la telefonata, dà un’occhiata allo specchio lì nell’angolo, rimirandosi soddisfatto, ‘Ste nuove bretelle con le ochette mi stanno che è una meraviglia, pensa l’avvocato dottor Mauro Mazzucato, La palla corta devo fargli la palla corta che quello c’ha il fiato d’un ottantenne, due set a zero secchi secchi gli faccio al Gamberini.
- Cazzo vuoi, non t’è arrivata la paghetta?
- Sì sì babbo, è arrivata, scusa se ti disturbo, ma è importante.
- Allora, cosa c’è, vuoi un aumento?
- No babbo, è una cosa che m’è successa in internet
- Quante volte te l’ho detto, io, che era ‘na cazzata, ‘sta cosa di intranet.
- Babbo ascoltami, ti prego, mi hanno accusata di plagio.
- Di plagio, a te, la Madonna, e per cosa?
- Babbo, lo sai, io scrivo.
(risatina)
- Babbo, per favore, non ricominciare.
- Senti, piuttosto, lo sai tu, che domani sei a cena da noi, eh, che vengono anche i Gamberini.
- Babbo, è importante!
- Eh, ok, dimmi, ti ascolto.
- Terribile babbo, m’hanno accusata di plagio, per una cosa che ho scritto in internet, un e-book, che sarebbe come un libro ma in digitale, è un’infamia babbo, non ho plagiato un bel niente, babbo te lo giuro, e adesso voglio fargliela pagare, che non hanno nemmeno le prove, non possono dimostrare niente, niente, e non si può dire che uno ha plagiato così, tanto per gettargli la merda addosso, non ho ragione, e quindi, babbo, mi ascolti?
- Perdinci!
- Babbo, io pensavo di denunciarli per diffamazione, o qualcosa del genere, che ne pensi, potresti occupartene tu, o Alessandro, Gamberini dico, che ne pensi?
- Gamberini ci gioco oggi pomeriggio al circolo.
- Ah bene, così puoi dirgli tutto, magari fammi chiamare.
- Ma che importa, tanto domani vi vedete, ci vieni a cena da noi, no?
- Babbo, è una cosa urgente.
- La mamma fa preparare da Akim la spigola, quella che ti piaceva tanto, bella ripiena.
Un paio di secondi ci pensa, alla figlia che lo chiama Stronzo, mentre appallottola l’angolo destro della fattura Sgrena (che tra un po’, pensa, neanche una mappa dei pirati), brandisce il cubano con tutte e due le mani, è abbastanza lungo, e colpisce, Smash!, grida, e la carta finisce vicino alla finestra, con sotto gli omini che scappano via frenetici, La palla corta gli faccio la palla corta!, l’avvocato Mauro Mazzucato è emozionato, non vede l’ora di giocare.
25/05/05
e trionfarono non per la combinazione della loro potenza, ma per la potenza del loro contagio
beeeella ‘sta fortezza, sembra il ricevimento di nozze di lapo e martina, ma non c’è mica molta gente –già temo all’idea che, niente gnocca [gira voce che ai raduni bloggers si rimedi sempre qualcosa; il che può anche essere vero, ma dipende sempre da cosa si rimedia].
che ho letto un po’ in rete chi ci deve essere, tutti questi nomi senza facce, o magari fotoscioppate, le facce da flickr, o nascoste bene dietro il rumore delle digitali o, peggio, dietro le tette alla webcam.
poi, si spera sempre il meglio – le scatole di cioccolatini.
passato il primo quarto d’ora a cercare un bagno, ehi, quella specie di igloo dovrebbe essere la polveriera: ma quelli lì, sono i bloggers?
oh
mio
dio
accoglimi signore infondimi coraggio in questa ora di dannazione e sofferenza il mio cuore è saldo se tu solo sei al mio fianco solo il penitente potrà passare solo il penitente solo il penitente solo il penitente
strani animali, i bloggers in movimento.
e questa sensazione, frammista al sole che batte, arriva da qualche parte che non ricordo, la gente che scatta le fotografie, la secchiona con la camicia autunnale, la fichetta con il top aderente, l’indierocker con la maglietta dei pixies, gruppetti che si esibiscono in Movimenti Automatici di Imbarazzo Societario e Comunicativo e nelle Inconsce Danze di Seduzione e Ostentazione del Sé, questa sensazione, da dove salta fuori?
maccerto! la gita al museo egizio in prima superiore!
…scopabile o non scopabile friend or foe friend or foe scopabile o non scopabile friend or…
perché, andiamoci piano: i bloggers sono persone normalissime –e quindi, la maggior parte, sfigate, anche.
le menate sulla rivalsa sociale, i meccanismi di aggregazione, le proiezioni e le insoddisfazioni della vita al di qua della rete, è tutto vero: lo capisci quando ci vedi, noi bloggers.
perché, mica è tanto diverso da una riunione dell’acr, il blogrodeo –con tutto quel che ne viene nel far parte, dell’azione cattolica.
un blog, c’è poco da fare: be o wannabe.
be o wannabe, nelle diverse declinazioni: arguto acuto sarcastico divertente preparato, scaltro intelligente stronzo eccetera –tu sei quello che fa commenti stronzi da me, mi dice dandyna, l’amico di blogdiscount, uno antipatico, dice, neanche guardandomi in faccia, poveracara, che mi ha lumato tutto il tempo, con i suoi occhietti picini, prima di sapere chi fossi.
il cervello fa strani castelli, pare.
…foe or friend or scopabile non scopabile or non scopabile friend o…
che quando ci si incontra, invece, con tutto il resto che la testa c’ha incollata di sotto, le arrampicate egomaniache vengono riadattate alla dimensione del proprio corpo: spuntano i brufoli, spunta la timidezza, –sarò accettato, ascella pezzata?-, le tapparelle giù, maledetta festa delle medie.
solo lì unisci i puntini che vanno dalla aaaa di autore alla bbbì di blog.
prendi darkripper, che dice menerà marco spada e a quanto scrive dovrebbe averlo lungo tre chilometri: paiura.
già.
poi lo vedi, nella sua felpina blu,
-maaaaamma!, dove hai messo la mia felpina preferita?
-nel secondo cassetto!
-non c’èèèèè!
-massì che è lì!
-ah! trovata!
il culo un po’ abbondante, tutto rosso in viso, e ti viene da sorridere.
non può mica essere, dici; che, questo, se fa andare le mani, è solo per le pippe; perché, darkripper, o meglio, l’omino che ci sta dietro, fa tenerezza, cucciolotto.
…scopabile o non scopabile friend foe or scopabile friend non scopabile or foe or friend or scopabile o scopabile foe or friend o scopabile o non scopabile friend or…
ci sarebbe a questo punto la parte relativa alla legittimità delle mie critiche, impietose.
il punto è proprio questo: la pietà, la compassione.
sui blog, non c’è compassione: norman bombardini non ne aveva, mentre la sua ombra, e lui con essa, cresceva a dismisura, incommensurabile.
che farsene, della compassione?
come se potessi provare compassione per ciò che mi è distante, per ciò che non mi è mostrato: io non ti vedo, dall’altra parte.
(e se ti vedessi?)
se mi mettessi a fare un blog mostrando il culo e spacciandomi per figa, quando non sono figa affatto
(e se ti vedessi?)
mi cascano le palle, io, uomo dal testosterone selettivo, quando ti vedo.
(e se ti vedessi?)
ma mi hanno cresciuto compatendo malattia ed abiezione.
il genio nato tra essi è stato perseguitato.
ciò che è normalmente reietto è taciuto, perché condiviso.
vieni a noi, esaltazione pret-a-porter!
il sordo disegna un mondo senza suono.
giunta è l’ora del risentimento; e nel buco di culo dell’anima di ogni blogger il risentimento chiede al vicino di scendere di un gradino.
dice l’agnello: io potrei fare tutto ciò che fa l’aquila, è mio merito se mi proibisco di farlo, l’aquila faccia come me…
(e se ti vedessi?)
le relazioni mafiose tra blogger non vengono mica istituite nella rete mediante un fantomatico indice di qualità reale, quella cosa che granieri spaccia per autoregolamentazione ed altre cazzate sulle magnifiche sorti e progressive.
“a’ maaaafia” è fatta di questi incontri qui, con laute pippe a vicenda – è piuttosto semplice: io ti riconosco come mio pari, in salute e in malattia, nella buona e nella cattiva sorte, per la buona e la cattiva sorte che ci è stata destinata, a entrambi.
ma c’è anche del buono, ovviamente: qualcuno senza pretese
…Scopabile o non scopabile friend or foe o non friend or foe scopabile o non scopabile o non friend or…
[pretesa, sostantivo, s. f.; quella cosa che la blogosfera è una estensione del dominio della lotta, salvo che in gioco c’è una bella fetta di niente, se non, forse, dosi massicce di self-improvement]
qualcuno che ci gioca, come dovrebbe essere fatto, coi blog (che, di persona, quando parli, mica lo vedo, lo shinystat che cresce)
come personalità confusa, per dire, che mi piace, al blogrodeo, nella sua mise da milanese all’agriturismo: mentre regge e microfono e manipolo di bloggies ridenti ad ogni sua scoreggia, mi ricorda bonolis ai tempi di uanatan dimensione avventura, che si vede da fuori, che sei uno simpatico e a posto: hai un futuro nelle telechiese come la tbne, confuso, sappilo.
ma che dire del rodeo?
che la gara era tutta di corsa perché squonk (e non solo: metà del pubblico già ridottissimo se ne stava fuori a ciacolare) c’aveva fretta di andare all’aperitivo –e io invece mi divertivo, a sentire i racconti; soprattutto della squadra numero tre, dove il famoso ghostwriter misterioso, cioè Dust (chiiii?), che “andava in onda in forma ridotta per venire incontro alle nostre capacità mentali”, era simpatico come un palo al culo, che l’avrà presa sul serio, la gara, si vedeva proprio (e hai pure perso, tié)
che ha vinto la squadra di gilgamesh –anche se il meglio racconto della finale era di rachele e dandyna, bisogna ammetterlo.
che, uno credeva di venire al blogrodeo per partecipare al blogrodeo?
che poi, uno ci pensa, al fare questi incontri, non sarebbe male; che poi, uno ci pensa, la blogosfera, non sarebbe male, che io i miei dieci blog della blogbar li leggo volentieri; che poi, uno ci pensa, non sarebbe male, rendere giustizia a se stessi quando non ci va propriamente come vorremmo, magari limonarsi in simpatia; che poi, uno ci pensa, non sarebbe male, te con la maglietta verde e bianca a righine, seduta dietro di me, che molli il tuo fidanzato, anche solo cinque minuti, e limonarsi in simpatia.
(cos’è? un appello?)
sì
scopabile o non scopabile, friend or foe.
[per lamentele, segnalazioni e soprattutto numeri di telefono scrivete qui]
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