15/06/05
E’ bello leggere nella stampa estera come vengono trattati gli affari italiani. Per esempio, sul New York Times, Rocco Buttiglione esulta così (che risata, di prima mattina, ragazzi!):
“The results of today mean that Italy is maybe more similar to Texas than to Massachusetts,” said Rocco Buttiglione, Italy’s culture minister and a friend of Pope Benedict. “Italians want a democracy with values - that values human life - and that is why they rejected this referendum.”
Allora, dunque, se l’Italia è come il Texas, ne consegue che Berlusconi (Ciampi no, è chiaro che non c’entra, è perfino andare a votare, lui) sarebbe come….
(Giochino: Quale paese potrebbe essere il Massachussetts europeo? Tip: per tutti i blogger che hanno annunciato il loro desiderio di trasferirsi altrove dopo l’esito dell’ultimo referendum, bollate Francia o Spagna, ovvero cercate almeno di evitare un paese cattolico).
14/06/05
L’intervista concessa da Houellebecq in Spagna è lunga ed è divisa in vari capitoli che seguono l’ordine di uscita dei suoi libri. Siccome dice circa una parola ogni cinque minuti, il contenuto è meno denso di quanto ci si potrebbe aspettare. Per chi è meno interessato alla sua carriera letteraria, e di più alle sue idee, ne riassumerò alcune (indubbia, l’attinenza alla nostra attualità) :
1. Stiamo vivendo la fine del cattolicesimo, “perfino in Irlanda”, perfino in Spagna. “E’ un avvenimento triste, ma inevitabile”. “Mi ossessiona.” Va veloce come la caduta del comunismo. (Al che, l’amareggiato spettatore post-referendario ha voglia di urlare: “Ma vieni in Italia, deficiente, e vedrai! Altro che caduta e fine, eeeeh!”)
2. Vincerà la scienza. Vince sempre la scienza. (“Sono diventato positivista”).
3. Estensione del dominio del biologico: “Rifiutare ogni intervento sul biologico mi pare di un conservatorismo esagerato” (eppure…). “Tutti gli animali sacrificano la loro vita senza esitare per un rapporto sessuale.” “L’essere umano è stato costruito per riprodursi una volta o due e crepare.” (Questo è il lato buono di Houellebecq, fa sghignazzare).
Forse questo resoconto risulterà deludente, ma non sono riuscito a concentrarmi. Infatti, il giorno dell’intervista, Houellebecq era affetto da un enorme bubbone sul lobo dell’orecchio sinistro (e fin qua, può succedere a tutti, no? Be’, a me no, ma d’altronde non sono neanche Houellebecq). Il problema è che il regista lo inquadra sempre in primissimo piano, di profilo, proprio il profilo sinistro. E non c’è niente da fare, non si può che rimanere ipnotizzati dal flemmone in procinto di scoppiare e di proiettare chissà dove il suo pondo di materia giallastra. (Sul fotogramma qui di fianco, avete solo una vaga idea di come risulti live su uno schermo normale.)
Poi, c’è il corto, La rivière (2001, 16’), che è stato già proiettato, qua e là, anche in Italia. Sarebbe una favola sci-fi bucolico-sex, in cui tutti gli uomini sono morti, rimangono solo donne, che vivono semi-biotte nella natura verdeggiante, e copulano. Tra l’altro, c’è stata una strana selezione della specie, per cui sono rimaste solo ragazze tipo cubiste di periferia (messe così così, niente bambine, niente vecchie o semi-vecchie). Il tutto intercalato da scritte “poetiche” (le definisce così l’autore) quali “ricreiamo un mondo intrecciato di carezze” e compagnia bella. Alla fine, si compie la dolce (oh, tutto è dolce, molto dolce) orgia in cinque. Solo che sulla coscia nuda in primo piano, per parecchi lunghissimi secondi, passeggia un bacarozzo (anzi, sarà sicuramente una bacarozza), ignaro di trovarsi su Candid camera.
Nell’attesa dell’uscita del prossimo romanzo a settembre (in contemporanea in Italia, in Francia, negli Stati Uniti, in Spagna e in Inghilterra), la rivista Les Inrockuptibles dedica un numero speciale a Michel Houellebecq, suo ex-collaboratore, e regala un dvd con un’intervista (80mn) e un cortometraggio erotico (erotico, non porno, ci tiene lui). Vi si trova anche un abbecedario, da cui ho tratto le seguenti voci.
Sesso
Non ne ho già parlato troppo? Si dice che c’è troppo sesso nei miei libri. Non trovo che ce ne sia così tanto. Ho cercato di capire perché la gente avesse quest’impressione. Probabilmente a causa dell’incongruenza. Il sesso è trattato in modo incongruo o avviene in modo incongruo. Il montaggio cut dà quest’impressione: non c’è preparazione, il sesso capita un po’ brutalmente. Ma penso che la gente sia stata molto urtata soprattutto dal fatto che si tratti di sesso mediocre. Eppure non ho fatto tutto: alcune erezioni insufficienti, ma niente scene di vera secchezza vaginale… Avrei potuto fare di molto più fallimentare. Potrei descrivere ‘sta cosa in modo addirittura catastrofico, se volessi. Ah ma se continuano a rompermi le scatole, lo faccio!
Donna
I miei problemi con le donne non credo miglioreranno. Le donne, spesso, fanno fatica ad accettare la negazione pura, e il fatto che ci siano sempre più lettrici crea una pressione subdola a favore della positività. Ci sono delle donne piuttosto dolenti che mi chiedono spesso : “Trova che la vita sia così deludente?” Devo pur rispondere di sì, non amo la vita, non mi piace in modo in cui tutto ciò è organizzato. Posso solo essere dispiaciuto. Il rimprovero più profondo delle donne ai miei libri è che distillano un discorso totalmente disperato, e non posso obiettare nulla, non posso neanche promettere che andrà meglio nei prossimi. Il fatto che una lettura disperante sia profondamente tonificante, è un argomento che le donne riescono talvolta a capire, ma non sempre, a volte vogliono una cosa più semplice.
X (Film)
No, non va. In realtà, la sessualità non è porno e i film porno sono porno. C’è una nettissima disproporzione tra l’aspetto visivo insignificante degli organi sessuali e le sensazioni tattili che invece non sono insignificanti. Non è una buona idea fare dei film. Rimane preferibile la letteratura per il sesso.
Supermercato
In fin dei conti è quello che il novecento avrà fatto di meglio, la distribuzione. Si può chiacchierare all’infinito per sapere se fosse meglio vivere prima, ma indiscutibilmente consumare è meglio adesso di quanto lo sia mai stato. E’ organizzato alla grande. L’ultima volta che sono stato a Parigi, era Radio Upim* e sono subito felice, mi piace la loro linea di prodotti, sto veramente bene in un Upim.
Depressione
E’ la malattia moderna per eccellenza – l’isteria è out. Ma è solo l’inizio: finiranno tutti depressivi a partire da una certa età. Non c’è assolutamente niente da fare, perché il livello di esigenza degli umani per la loro vita continuerà ad aumentare, ma non le capacità di realizzazione. Forse c’è una speranza chimica. Non l’ho usata molto nei miei libri ma mi piace quando si parla di liberazione dei neuromediatori. La depressione è un prezzo indispensabile da pagare per la società che vuole la gente. Bisogna ammettere che una buona parte sia depressiva e che a termine tutti lo siano per poter avere una vita sufficientemente interessante prima. Nella linea degli autori depressivi, sono sicuramente quello per il quale ciò si è banalizzato di più. In Beckett, ho l’impressione che ci sia ancora una certa nobiltà della depressione. Donde certi gesti patetici come distribuire il premio Nobel ai barboni. Per me, è la situazione normale dell’animale frustrato, si deprime, si mette in fondo alla gabbia, si gratta… Non è neanche un tema, è un fondale che uso soprattutto per il narratore. Il vantaggio è che spesso i depressivi sono estremamente divertenti. Per avere uno sguardo umoristico e lucido sul mondo, non c’è niente come un buon depressivo. Sono molto legato a questo personaggio di narratore depressivo. Forse troppo.**
*Nel testo, Radio Monop’, e cioè Radio Monoprix, la radio aziendale diffusa in tutti i supermercati della catena Monoprix, paragonabile all’Upim.
** Grazie a Dr Psycho per la consulenza linguistica.
Seguirà in giornata (quando avrò tempo) un post con alcuni fotogrammi e un riassunto dell’intervista.
12/06/05
momentaneamente non disponibile
(editing)
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Rebus
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:: di Antonio & Rebecca |
momentaneamente non disponibile (editing)
10/06/05
Vanno di moda i decaloghi. In questi giorni, noi di Blogdiscount siamo tartassati dagli esami, come tanti altri blogger, e così ho pensato di svolgere un’attività utile alla comunità ricordando alcuni sani principi di base da tenere sempre a mente quando si prepara e si dà un esame.
1. L’esame non costituisce un giudizio valido sulla vostra persona
2. Il prof che vi trovate davanti è un mediocre
3. L’esame è una tortura innanzitutto per il prof (almeno allo studente serve a qualcosa)
4. Il voto viene attribuito nei primi cinque minuti
5. Un prof non va mai contraddetto
6. Un prof va lustrato
7. Meglio un prof vecchio di un prof giovane
8. Il prof è sordo alla figaggine (talvolta perfino quando lo studente è una studentessa)
9. Per tutte le ragioni sopraesposte, sono pochi gli esami che richiedano più di dieci giorni di preparazione.
10. Il voto va sempre accettato (chissenefrega della media).
Bando ai sensi di inadeguatezza, impreparazione, timidezza, inferiorità, paura del giudizio e così via. Ridimensioniamo il docente. L’assioma n.2 va sempre ricordato. In effetti, essendo l’università un luogo di reclutamento per cooptazione e nepotismo (tramite concorsi), la persona che ci troviamo davanti non sta qui per i suoi meriti scientifici. Attenzione, il gioco della casualità può fare sì che l’amante dell’ordinario sia anche intelligente, che il figlio del preside sia anche in gamba. Ma sono casi, per l’appunto, e molto rari. Perché esiste il corollario: al barone non piace l’allievo più bravo di lui, tende a scegliere quello che non gli farà mai ombra.
Il momento dell’esame brilla per noi di una luce particolare, magari sinistra, ma particolare. Per il prof è il contrario. Il docente si annoia mortalmente. Vorrebbe farla finita prima possibile: aiutiamolo. Lui ha in mano due dati per valutarci : il libretto universitario (dopo un certo numero di esami che superano il ventisette, tenderà a dare ventisette in partenza e sulla fiducia) e la prima frase che segue la prima domanda. Dopo averla sentita, la domanda (qualunque essa sia), conviene mascherare accuratamente ogni sentimento (“oddìo, proprio quello che non ho studiato, ma di che cosa mi sta parlando, non è possibile, ho sbagliato esame, questa è un’altra materia, aiuuuto!”). Non si cominci mai con “ok, allora, no, volevo dire, cioè”. Si abbozzi un’aria soddisfatta con mezzo sorriso (“sì, certo, questa la so, ci siamo capiti”).
Il prof è un poveruomo che pensa solo alla carriera, quindi ai suoi superiori e ai colleghi. Di voi, a lui, non importa strettamente nulla (gli comincerà a importare quando da Studente sarete diventati Allievo, il suo Allievo). Questo dato di realtà che può sembrare sconfortante comporta invece innumerevoli vantaggi: non conta quel che pensa di voi (non pensa proprio niente), non conta il suo giudizio (anche se dà un voto basso, è irrilevante ai fini dell’autostima), basta tirar fuori quelle quattro parole chiave che vuole sentire (e a questo scopo, certo, valgono i soliti consigli: assistere agli esami prima, andare a farsi vedere da lui, studiare i tic e le abitudini. Dopo un’analisi attenta del campo, risulta chiaro che raramente i docenti hanno più di quattro-cinque domande a disposizione, magari girate in vari modi).
Il giovane assistente che attrae di più (gli si attribuisce maggiore comprensione per motivi generazionali) è invece più crudele. E’ all’inizio, è contento di fare esami, addirittura fiero, ci crede. Trovarsi dall’altra parte della barriera lo eccita. Tutto ciò costituisce un pericolo da evitare accuratamente.
Il docente avanzato (nell’età) ha dovuto e deve subire una quantità di umiliazioni superiore alla media per abitante. Abbiamo comprensione, e regaliamogli, per quanto possa essere fisicamente e caratterialmente ributtante, un momento di gioia nella sua buia esistenza. Va lusingato (attenzione, è un maestro in leccaculaggine, arte che sta praticando da anni se non da decenni, e qui è d’uopo una certa finezza). Ad esserci bravi, i risultati saranno mirabolanti. Ricordiamoci che tutto quel che ci permette di tirarcela normalmente, su di lui non ha nessunissimo effetto, e che spesso, perfino un paio di tette esposte non lo smuoveranno. (La sua libido è quasi interamente impegnata a sorvegliare le uscite della gazzetta ufficiale.)
La laurea triennale vale press’a poco quanto la maturità per i nostri genitori. Non è dunque il caso investirci più di tanto. Semmai si vedrà per la laurea specialistica (ops, “laurea magistrale”, l’ultima denominazione morattiana). Rifiutare i voti bassi, preparare a fondo gli esami, puntare a una media alta va fatto solo se si è uno studente più che brillante. Perderci tempo è ridicolo. Secondo voi, nei futuri colloqui alla ricerca della prima occupazione, si preferirà un laureato (triennale) di ventidue anni con una media bassa o uno di trent’anni senza nessuna esperienza lavorativa con un 110 e lode?
06/06/05
Guardando le statistiche di una blogstar, che regolarmente sfora le 1001 pagine viste al giorno, quante volte vi siete sorpresi a pensare: “Caspita! Più di mille persone al giorno guardano quel sito…”, quante volte? Nessuna, vero? Perché voi siete personcine intelligenti, e capite che le pagine viste sono una cosa, e le visite un’altra.
Beh, però, obbietterete voi, le visite quotidiane di una blogstar si attestano pur sempre sulle 700/800. E non dimentichiamo che tutti i contatori, una volta arrivate a 1001 pagine viste, si fermano. Quindi, direte voi, chissà quante non ne conta. Aggiungi qua, aggiungi là, viene fuori che siamo comunque sui 1000, anche più.
Quello che voi comuni mortali non sapete, o non immaginate, in quanto non possessori di uno shinystat pro, o di qualsiasi altro gestore di statistiche più decente di shinystat free, quello che non sapete è che c’è un altro fattore di scrematura: i visitatori unici.
La voce “visitatori unici” conteggia il numero di IP che quotidianamente si connettono al vostro blog. Cioè in sostanza, il numero reale dei nanetti che capitano da voi. Prendete carta e matita. Fatto?
Ora scrivete su un foglio il numero di visite (non pagine viste, eh, visite) che fa il vostro blog. Ci siete?
Allora reggetevi forte, poiché i visitatori unici oscillano di solito tra il 40% e il 50% delle vostre visite (più facile che sia il 40).
Caspita, starete pensando, soltanto il 40% delle mie visite corrispondono ai visitatori reali? Eh no, cari miei, non è finita. Bisogna infatti tenere conto di qualche altro fattore: anzitutto, il numero di ip mobili che agli occhi di shinystat sembrano visitatori diversi, ma in realtà non lo sono.
Per quanto ne so io, in Italia l’ip fisso è più raro di quello mobile (pensate a tutte le connessioni via modem, agli adsl mobili, ecc). A occhio, guardando gli ip dei nostri commentatori, l’80% di essi ha ip mobile (se siete in possesso di dati più certi sulla diffusione degli ip fissi in Italia, saranno i benvenuti). Ok. Ciò significa che dei visitatori unici mensili, il 20% sono certi. Il restante 80% no, perchè molti di loro potrebbero essere lettori con ip mobile che capitano da voi per la seconda volta durante una connessione diversa. Ma quanti? L’unica ipotesi che posso fare è che il rapporto “visite”/”visitatori unici apparenti” sia simile a quello “visitatori unici apparenti con ip mobile”/”visitatori unici reali con ip mobile”. Secondo questa ipotesi, i visitatori unici reali con ip mobile dovrebbero essere, quindi, il 40% del restante 80% (ricordate? avevamo tolto un 20% di ip fissi).
Ma non è ancora finita. In media, il 20% degli accessi al blog dei comuni mortali (per le blogstar scende, fino ad arrivare al 10%, 8%, 5%, mentre per gli sfigablog arriva anche al 30%, 35%, 40%: questo è comunque un parametro che potete controllare nel vostro shinystat sotto la voce “totale referers”) proviene dai motori di ricerca, ossia nella stragrande maggioranza dei casi da persone che capiteranno una volta, per sbaglio, sul vostro blog (tutte quelle chiavi divertenti di cui vi vantate nei resoconti mensili), si accorgeranno di non aver trovato ciò che cercavano, e se ne andranno senza leggervi.
E non è finita. L’ultimo imperscrutabile parametro è dato dal numero di visitatori che capitano per caso sul vostro blog cliccando su un link, e che (similmente a quanto accade per le chiavi di ricerca), non trovando nulla di interessante, se ne vanno dopo tre secondi. Non penso, comunque, sia una percentuale molto alta, perché solitamente i link della famosa colonna laterale vengono cliccati quasi soltanto dal proprietario stesso che li usa come comoda “blogbar” casalinga. Ma togliamo, così, per sfizio, un altro 3%.
Adesso finalmente potete eseguire il problema: quanti sono i lettori reali del vostro blog?
Un aneddoto divertente: durante un convegno assieme ad altri insigni, abbiamo molto riso alle spalle di quei blogger che festeggiano le cinquantamila, centomila, duecentomila visite, basandosi sul contatore di Splinder. I poveretti forse non sanno che Splinder conta un mucchio di accessi in più che nulla hanno che fare con le visite reali. Ma di questo argomento parleremo in un altro post, di tipo comparativo.
Ed ora, un esempio:
Pipilla è molto orgogliosa delle sue 200 visite giornaliere, ma dopo aver letto l’articolo di Rebecca, decide di fare un calcolo per vedere quanti sono i visitatori reali.
Grande delusione nel vedere che il 40% di 200 è solo 80.
Di questi 80, il 20%, cioè 16, hanno l’ip fisso, dei restanti 64 devo calcolare il 40%. 25,6. Più 16 fa 41,6. Pipilla si sta sentendo male.
Da 41,6 deve togliere il 20 (motori di ricerca) + 3 (link casuali) = 23%, cioè 9,57 lettori. 41,6 - 9,57 = 32,03. Per darsi un contentino Pipilla approssima all’eccesso.
Pipilla piange amare lacrime scoprendo di avere, in media (quando le dice bene), soltanto 33 lettori.
Vorrei dare una piccola consolazione a Pipilla. Immagina trentatre persone sedute ad ascoltarti in una stanza: non sono poche. Certamente, non giustificano operazioni commerciali, pubblicazioni, assunzioni in Rai. Ma sono comunque una soddisfazione, non capita a tutti.
*la vignetta è di Mike Twohy*
04/06/05
Pubblicato nella rivista Esquire nel settembre 1941, questo racconto è il quarto che J. D. Salinger allora ventidueenne riesce a piazzare. L’anno dopo parte per la guerra.
Sono ventidue anche i racconti rintracciati finora e non raccolti per volere stesso dell’autore. Si possono leggere in rete. Non mi risulta siano stati pubblicati in Italia (per ragioni evidenti di diritti), ma nemmeno in rete. L’originale si trova qui e così, chi sa l’inglese, potrà sapere come va a finire questa non boy-meets-girl story).
Ogni giorno Justin Horgenschlag, aiuto tipografo da trenta dollari alla settimana, vedeva da vicino circa sessanta donne che non aveva mai visto prima. Quindi nei pochi anni che era vissuto a New York, Horgenschlag aveva visto da vicino approssimativamente 75.120 donne diverse. Di queste 75.120 donne, grosso modo 25.000 avevano meno di trenta e più di quindici anni. Di queste 25.000 solo 5.000 pesavano tra 48 e 57 kg. Di queste 5.000 solo 1.000 non erano orrende. Solo 500 erano ragionevolmente attraenti, solo 100 erano molto attraenti, solo 26 avrebbero potuto suscitare un lungo, lento fischio. E solo di 1 Horgenschlag s’innamorò a prima vista.
Ora, ci sono due tipi di femme fatale. C’è la femme fatale che è una femme fatale in tutti i sensi della parola e c’è la femme fatale che non è una femme fatale in tutti i sensi della parola.
Il suo nome era Shirley Lester. Aveva vent’anni (undici di meno di Horgenschlag), era alta 1m62 (il che metteva la sua testa all’altezza degli occhi di Horgenschlag), pesava 53 kg (leggera come una piuma, da portare). Shirley era una stenografa, viveva con la madre che aiutava, Agnes Lester, una fan del vecchio Nelson Eddy. Per quanto concerne l’aspetto di Shirley, la gente la metteva in questi termini : “Shirley è così carina che sembra dipinta.”
E nell’autobus della Third Avenue una mattina, Horgenschlag si trovò in piedi accanto a Shirley Lester, e fu spacciato. Tutto ciò perché la bocca di Shirley era aperta in un modo particolare. Shirley stava leggendo una pubblicità per un prodotto di bellezza sul pannello bianco dell’autobus e, quando Shirley leggeva, allentava leggermente la mascella. E in quel breve istante in cui Shirley aveva la bocca aperta, le labbra si dividevano. Shirley era probabilmente la donna più fatale di tutta Manhattan. Horgenschlag vide in lei una panacea sicura per quel gigantesco mostro di solitudine che aveva insidiato il suo cuore da quando era venuto a New York. Oh, lo strazio! Lo strazio di sovrastare Shirley Lester e di non essere capace di chinarsi e baciare le labbra socchiuse di Shirley. L’indicibile strazio!
* * *
Questo era l’inizio della storia che mi ero messo a scrivere per Collier’s. Stavo per scrivere una bella e tenera storia in cui “un-ragazzo-incontra-una-ragazza”. Cosa c’è di meglio, pensavo. Il mondo ha bisogno di storie in cui “un-ragazzo-incontra-una-ragazza”. Ma per scriverne una, purtroppo, lo scrittore deve arrangiarsi per far incontrare il ragazzo con la ragazza. Non riuscivo a farlo con questa storia. Perlomeno, se volevo che avesse un senso. Non riuscivo a combinarli come si deve, Horgenschlag e Shirley. Ed ecco perché:
Era certamente impossibile che Horgenschlag si chinasse e dicesse in tutta sincerità:
“La prego di scusarmi. L’amo moltissimo. Sono pazzo di lei. Lo so. Potrei amarla per tutta la mia vita. Sono aiuto tipografo e guadagno trenta dollari alla settimana. Oh dio, come l’amo. E’ libera stasera?”
Magari, ‘sto Horgenschlag è uno scemo, ma non può essere così scemo. Magari è nato ieri, ma non oggi. Non puoi aspettarti che i lettori di Collier’s se la bevano, una simile cretinata. Hanno pagato, dopotutto.
Non potevo naturalmente somministrare tutt’a un tratto a Horgenschlag uno sciroppo di soavità misto al solito portasigarette di William Powell e al cilindro di Fred Astaire.
“Per favore non mi fraintenda, signorina. Faccio l’illustratore per la stampa. Ecco il mio biglietto da visita. Mi piacerebbe ritrarla più di quanto abbia mai desiderato ritrarre chicchessia nella mia vita. Una simile impresa potrebbe essere di reciproco vantaggio. Posso chiamarla questa sera, o molto prossimamente? (Breve risata disinvolta) Spero di non sembrare troppo impaziente. (Altra risata) Ma credo di esserlo, veramente.”
Oh, ragazzi. Queste battute dette con un sorriso stanco, eppure allegro, eppure ardito. Se solo Horgenschlag le avesse dette. Shirley ovviamente era una fan di Nelson Eddy, e un membro attivo della biblioteca circolante Keystone.
Forse cominciate a capire quello che mi trovavo davanti.
E’ vero, Horgenschlag avrebbe potuto dire :
“Mi scusi, lei non è Wilma Pritchard?”
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