B l o g d i s c o u n t . o r g
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30/11/05
La vera felicità la dà la radio
:: di Antonio Bois

Io ieri sera, alle ore 23.00 mi sono messo all’ascolto dei Visitors. Eravamo in dodici ascoltatori, un po’ come gli apostoli, e io dico: è stato bello. Davvero: Qualcuno si era scoraggiato dopo un quarto d’ora che sembrava la solita puntata da RadioNation messa su male, con le cose che funzionano a metà, le voci che si disperdono, le risatine da collegiali, le battute improvvisate che fanno ridere solo chi le dice. Peccato eh, chi è andato via. Peccato forte, anche.

Perché dopo è diventato veramente interessante. Cioè nel senso che dal punto di vista tecnico è peggiorato per cui si sentiva ’sto bzzzzzzzz fortissimo tipo trapano nel timpano che ti pareva di essere in un film di Cronenberg, e allora lì in studio riuscivano solo a dire oh cazzo che succede come facciamo chiamiamo un tecnico si sente? mancava solo che qualcuno cominciasse a scandire uantutrì-ssssss. Alla fine si è capito, eh, era l’alimentatore del portatile che faceva interferenza. Allora si è staccato l’alimentatore ed è scomparso il ronzio. Da quel momento in poi, si è sentito una meraviglia. Sì, va be’, un quarto d’ora prima della fine, ma lo stesso.

No, ma poi lì in studio c’era gente interessante, per esempio c’era una che si chiama Controra. All’inizio il povero Puliafito ha tentato di farla esprimersi su questa frase “La vera felicità, la dà il danaro” (declamata al telefono dalla voce da enfisematico di Raffaello Tonon), visto che il tema della serata era La Libertà (un temino, così). Dopo però, ha pensato bene di allontanarla dal microfono, Controra, si sentiva solo la sua ridarella sullo sfondo. Ah no, l’hanno richiamata per stappare il vino.

C’era anche Akille, poi c’era Onino, poi è arrivato Roquentin che era un po’ l’invitato d’onore, no, non poteva parlare nella radio, no non poteva chiamare con Skype che lui dice che Skype non gli funziona, però nella chat sì, poteva stare, e in studio si sono dati allo sport nazionale, sfottere Flavia Vento e il suo sito. Ma poi Roquentin ha detto che c’era un link interessante nel sito di Flavia Vento, una notizia su Ratzinger, qualcosa sul “dovere di evitare lo scontro delle culture”. Qui si sono ingenerati un po’ di malintesi, ma si è risolto tutto in fretta perché Achille si è messo a parlare di Reiziger, il calciatore, che sì, ci stava meglio come argomento. E insomma si è tentato di dire ancora qualcosa sul tema (La Libertà) della serata, solo che a un certo punto Roquentin ha digitato “Come dice Spinoza” e c’è uno che ha subito reagito “Ah se si parla di Spinoza, va be’, esco”. Chiaro che Roquentin c’è rimasto un po’ male, ma molto signorile lo stesso, perché dopo un altro ha detto “Viva la figa” che, in effetti, in chat è più adeguato, e non si è incazzato per niente Roquentin, ha detto, “Ok, parliamo di figa” e io mi sono un po’ preoccupato, mi sono detto speriamo che Babsi non c’è da qualche parte, perché non son cose carine, ecco.

Poi c’erano, sempre in chat (interagisce un sacco il programma con la chat, anche perché i chattisti e gli ascoltatori sono gli stessi, cioè appunto quei dodici lì), c’erano due di TocqueVille che va be’ son stronzi ma mi fan ridere per quanto sono stronzi, nel senso di stronzi come quelli che fanno casino a scuola (sì, però a volte a scuola erano gli stessi che picchiavano, e allora non erano più simpatici per niente, capito, ma brutte teste di cazzo, diciamo che il pericolo è un po’ quello lì, non so se mi spiego).

E francamente non c’era un argomento, fosse il più ridicolmente inessenziale (tipo Sei calabrese? Ah anch’io? Di dove?) che durasse oltre agli otto secondi in mezzo a sospiri, ronzii, silenzi, risatine (per favore in radio, si sappia una volta per tutte, i ridolini fan cagare gli ascoltatori) buchi neri spaventosi, per cui alla fine, non si può mica sparare sulla croce rossa, e a me Puliafito è simpatico, cioè mi sarebbe simpatico se la smettesse di far radio, video e blog dove mostra il lato oscuro della sua personalità, mentre io lo so, c’ha invece un lato solare, ecco, è simpaticissimo Alberto Puliafito.

(E’ stato bello però, ché nessuno ce la faceva, a tirarsela, proprio con tutta la buona volontà, infatti, non so se avete notato ma a RadioNation che podcastano ogni loro scoreggia, be’, il podcast, o anche l’mp3, dei Visitors, non c’è. E io vorrei solo aggiungere questo, per chi vuole fare ’ste trasmissioni, il cazzeggio migliore è quello che ha la scaletta più cazzuta).




Il senso del ridicolo
:: di Rebecca Tomasevskij

Perdonatemi se di questo bellissimo post firmato Gianluca Neri le uniche dieci parole che ho captato, tra tutte le pregnantissime altre 282, sono state:

questa comunità di gente assolutamente priva del senso del ridicolo

“Ohibò” mi son detta “che si sia finalmente reso conto?”. Poi ho notato il bannerino in alto a destra: stava parlando di Tocqueville.
Mi sembrava strano. Non poteva essere un riferimento alla cricca di Blognation.

Tipo, vi ricordate di quella volta in cui l’eroe scoprì gli omissis del rapporto Calipari? Che magnifica esibizione di senso del ridicolo, Macchianera che diventa il suo mezzo di autoesaltazione, tutti quei post, uno dietro l’altro, coi link ad ogni giornale, notiziario, blog, forum, mail, scontrino parlasse di lui. C’era chi lo accusava di prendersi troppo sul serio, eddai Gianluca, gli dicevano, che sarà mai, il quarto d’ora di celebrità, e bla bla, ma lui no: ci teneva proprio. Proprio una grande dimostrazione di senso del ridicolo.

Oppure c’è questa cosa: giocano a fare la radio. Anche qui, lo sentono proprio tutto, il ridicolo.
Siccome il blog ormai è inflazionato come mezzo, ce l’hanno tutti (solo su splinder sono 160.000), prima hanno iniziato a comprarsi i domini (io c’ho il dominio e tu c’hai il blog sfigato, gne gne). Poi, visto che anche gli sfigati si son comprati i domini, hanno deciso: giochiamo alla radio, è l’unico modo per distinguerci veramente dal popolino.
Già, perché loro c’hanno i giocattoli costosi, per questo si distinguono, mica per cosa. I mixer con venti entrate, microfoni professionali, e al gioco partecipano tutti, ma proprio tutti quanti: gli amichetti fichi di Gianluca Neri. E - a proposito di cose ridicole - siccome, dice il Neri, siccome faccio un servizio all’umanità, se non vi dispiace, cara umanità, potete anche pagarmi perché ho speso seimila euro di mixer, 3.500 euro di server, quei 2.000 euro alla SIAE per i diritti d’autore, ecco, questo è il mio conto paypal, versate pure quanto volete, mi aiutate a farvi questo servizio.
Che fantastica dimostrazione di senso del ridicolo.

E a proposito, la cricca di blognation, si diceva. Altre ventinove ottime dimostrazioni del senso del ridicolo.

C’è quello, per esempio, che ha frequentato un anno di corso radioelettra come tecnico di camera da presa, e grazie a questa scuola è diventato regista. Anzi no, scusate, è diventato videomaker (più modesto). E addirittura tiene un diario: il diario del video maker. E gira pure i corti indipendenti low cost, la cui lavorazione viene poi riportata fedelmente, passo passo, nel diario del videomaker.
Il diario del videomaker: che magnifica dimostrazione di senso del ridicolo.

E per finire c’è questo qui col nome giapponese, che anche lui gioca alla radio assieme al suo amico Neri che spende seimila euro per il mixer. Lui i seimila euro li spende in computer, nescaffè, portafogli sottili e diavolerie Apple. Poi dopo gioca a fare il comunista, ma questa è un’altra storia.
Tiene questo programma, dicevo, che si chiama (com’è che si chiama?) customer care, su Radionation. Nella prima puntata si parlava di un certo Mikhail Khodorkovsky, no, dico, il famosissimo Mikhail Khodorkovsky. E il giorno prima, chilometri quadri di cartelloni: “Tutti a sentire radionation, stasera, si parla di Mikhail Khodorkovsky!”
Succede, poi, che a Mr. Japan qualcuno gli scrive una mail: “Oh, ma quando la pubblichi la registrazione del programma che io ieri sera avevo la bambina con la diarrea e non ho potuto sentirti?” e lui, solerte, mette in rete la registrazione. Podcast, la chiama. In pratica, un mp3 coi feed per la setta degli ipoddari (e vabbè, ormai avete capito che ce l’ho con l’iPod). Dicevo, mette online questo mp3 coi feed ecc. ecc., e, insomma, siccome lui è un autore di professione (ce l’ha scritto proprio sulla carta d’identità, nome: Mr. Japan, professione: autore) e il PodCast è pur sempre un’opera d’arte letteraria, come tutte le opere d’arte letterarie ha bisogno di una copertina.

E allora (sono andata due volte a capo perché questo paragrafo merita enfasi), e allora ecco, ci mette la copertina (cliccate e ammirate, vi prego). Ma lo vedete quant’è fico? Così, in questa posa da cantautore esistenzialista italiano anni ‘60. L’erede di De Andrè. Proprio un programma serio, il suo. Coi controcoglioni, si dice. Sigaretta tra le dita, sguardo sfuggente, mano grassoccia, bavero alzato, barbetta incolta, lui ci crede davvero, lui sa di essere così dannatamente cazzutamente stramaledettamente fico.
Proprio una dimostrazione coi fiocchi di senso del ridicolo.




29/11/05
Come essere
totalmente insignificanti
:: di Antonio Bois

Per diventare una blogstar, è ormai evidente perfino ai ragazzini delle medie che conviene evitare ogni originalità, caratteristica pericolosissima che provoca prurito, malumore, cefalee e effetti collaterali indesiderati.
Eccovi venti preziosi consigli per sconfiggere ogni tentazione di uscire dai più vieti luoghi comuni:

1. Scrivere post e commenti lunghissimi (meglio se teoretici)
2. Scrivere post solo di un link o una riga e mezza
3. Il link dev’essere (a scelta)
a) vecchio di un anno e mezzo
b) già citato da almeno ventitre blog
c) non aprirsi
3. Postare la propria foto nel faceroll (solo se capelli castani, occhi marroni, segno distintivo nessuno, età 19-32, sesso maschile)
4. Avere idee politiche moderate
5. Essere cattolico, battezzato e non praticante
6. Lamentarsi
a) del clima
b) dei genitori
c) delle donne che non la danno
d) degli uomini che si fermano all’apparenza
e) dei proff (se passata l’età degli studi, dei critici)
f) della blogosfera
g) di Berlusconi, di Prodi, di entrambi.
7. Esistere da più di tre anni
8. Scrivere una recensione (nessuno la legge fino in fondo)
9. Non scrivere mai una recensione ma limitarsi a segnalare: ho letto, ho sentito, ho comprato, ho visto, mi è piaciuto, mi aspettavo meglio, 6+, o ancora: non so, non ho le idee chiare, devo pensarci.
10. Postare la foto del proprio gatto
11. Postare il testo di una canzone (o una poesia, va bene uguale) in inglese sic et sempliciter (senza traduzione né commento. Quel che evoca per voi si trasmette magicamente al lettore, si sa)
12. Postare un monologo incomprensibile a) triste b) incazzato aggiungendo lui/lei capirà (molto gentile per ogni terza persona incautamente capitata dalle vostre parti).
13. Non parlare mai male di nessun blog
14. Mettere i tag (tranne se sono i tag di splinder ché qui si scade nel patetico)
15. Presenziare in una delle trasmissioni di RadioNation
16. Lasciare un commento in almeno dieci tra i blog più frequentati della (moz)blogbar al giorno.
17. Far finta di essere una ninfomane
18. Postare una foto del proprio iPod
19. Urlare al puro genio (qualcosa un gradino sopra Einstein e Dante) per l’ultima blog da pay-off, l’ultimo disco dei Baustelle, l’ultimo romanzo di Houellebecq, l’ultima serie tv americana.
20. Affermare: meglio dieci visitatori fedeli che migliaia di visite mordi e fuggi.

Voi direte: ehi, ma se è così, perché non lo fate anche voi, così diventate blogstar, no? Eh no, non c’è bisogno. Pensate che Gianluca Neri, per esempio, il grandissimo blogger di Macchianera che tutti conoscono, be’, lui ha scritto un post sul nanopublishing e non si era accorto che Marco Spada ne aveva scritto uno tre giorni prima. A lui è parso addirittura che fosse stato scritto dopo il suo (per dire quanto è insignificante Blogdiscount, eh! Ma queste non son cose da tutti, non ve le raccomandiamo, ci vuole talento).




23/11/05
Uno screensaver di nome Ipod
:: di Rebecca Tomasevskij

Ho avuto la conferma del fatto che l’Ipod è diventato un gadget altamente burino nel momento in cui, ieri pomeriggio, ho sentito un ragazzotto diciassettenne, felpina Puma e jeans strappacchiati, pronunciare tutto gongolante la frase “Anvedi, qua c’hanno l’ipod sciaffol a novantanove euri! Io l’ho pagato centodieci, li mortacci”.

Stavo cercando un macinino musicale portatile e leggero, a causa dell’annoso problema “cellulite”. Marco non ne vuole sapere di quel nuovo corso a prezzi popolari di rock and roll acrobatico*, mi rifiuto categoricamente di entrare in contatto con il popolo delle palestre, in piscina sono felice solo quando nuoto a tartaruga, quindi mi son dovuta rassegnare: mi resta solo l’economico e noiosissimo jogging al parco. Il problema è che ci ho provato, vi giuro, ma mentre corro non riesco a togliermi dalla testa il pensiero fisso “…quando finisce, quando finisce, quando finisce…” che mi fa smettere dopo due minuti scarsi. E allora ho capito. L’unica soluzione è infilarmi della musica nelle orecchie per riempire il nulla che, in questi momenti, mi prosciuga il cervello.

*********

Mi pare significativa (inquietante) una frase scritta da Kay al ritorno dal suo viaggio negli States, in questo post: la densità media di ipod per metro quadrato aumenta in proporzione all’aumento del chiasso del traffico urbano. E a quanto riferisce - privatamente - anche Emma, rediviva dal Giappone, a Tokyo le persone si sono ormai trasformate in portatori mobili di Ipod.

E da noi? Nonostante il progressivo intamarrimento degli utenti, di cui è testimonianza l’aneddoto all’inizio del post, ancora stenta moltissimo a decollare. Ma è probabile che, nel giro di pochi anni, anche in Italia saremo ai livelli giapponesi americani o quasi, ognuno col proprio Ipod nel taschino, come oggi ognuno ha il suo cellulare.

Potreste obiettarmi, innanzitutto, che ciò non avverrà perché se l’Ipod è destinato a sostituire il walk-man, adesso col walk-man qui in Italia non ci va in giro quasi nessuno. Ma non avete pensato ai tre insormontabili difetti del walk-man: l’ingombranza (la dimensione non poteva essere inferiore al Cd e quanto alle cassette, spero non vi siate mai fatti vedere in giro con un walk-man a cassette), la scarsa capacità (massimo venti canzoni) e l’ineleganza.
L’Ipod, invece, è perfetto per tutti:
- piccolo e leggero, non intralcia la deambulazione;
- può contenere ore ed ore ed ore ed ore di musica;
- è un bellissimo oggetto, trendy da indossare, proprio come un gioiello o una cintura firmata (eppoi l’Ipod è fimato);
- ne esistono diversi modelli e prezzi, che si adattano ai diversi status sociali: dallo studente squattrinato (shuffle) all’imprenditore in carriera (video).

Potreste, poi, obiettarmi che il paragone con il cellulare non regge, perché quest’ultimo è utile alle mamme ed alle fidanzate apprensive e facilita i contatti con gli amichetti: bisogni, certo, alimentati dall’esistenza stessa dell’oggetto, ma che sono ben più pressanti di quelli tanto vaghi di cui l’Ipod diventerà foriero (bisogno di musica? di figaggine? d’integrazione sociale?).
Ma state dimenticando la storiella della povera Rebecca che sente il bisogno di un riempitivo mentre corre. Secondo voi, quante persone pensano a qualcosa mentre corrono/camminano? A qualcosa di interessante, dico, che le possa intrattenere. Quante si annoiano? Quante hanno il cervello in stand-by?

Ecco. L’Ipod dà la possibilità a tutti questi cervelli in stand-by di riempirsi finalmente con un’attività, che li nobilita, tra l’altro, agli occhi del mondo (ascoltare musica, uau, quello è uno che ascolta un sacco di musica), diventando così oggetto irrinunciabile. E certo che non se ne potrà fare a meno, l’idea geniale è questa, buttare sul mercato uno screensaver per cervelli, l’Ipod è uno screensaver!

Certo ci sono quelli che dietro ci sono idee molto democratiche, e che la musica a basso prezzo, che la sconfitta della illegalità, che la musica si diffonde e la si ascolta di più ecc. ecc.
Ecco, a proposito di questo ultimo punto (l’unico che mi sta a cuore), ecco io credo succederà proprio il contrario: la si ascolterà molto di meno.

Ma ci pensate voi, tutta questa gente che normalmente non sente più di una canzoncina alla settimana, tra dieci anni la vedrete passare in strada, cuffiettine alle orecchie, mentre s’ingozza delle sue tre ore quotidiane di musica. Che bello, evviva la musica, l’Ipod promuove l’ascolto! L’Ipod salverà la musica, evviva l’Ipod! A crederci.

Avere un Ipod, in realtà, portarselo sempre appresso e ascoltarlo ovunque significherà:
- argomento di conversazione (l’hai sentita questa; nuovi accessori; nuove mascherine; nuovi upgrade)
- un bell’oggetto da sfoggiare (nel suddetto taschino; sulla cintura; al collo)
- uno screensaver sempre acceso nelle ore di stand-by.

Per fare un esempio, pensate a un adulto ascoltatore medio di musica, che ne sentiva volentieri un poca nelle pause di relax, nei momenti di buco (macchina) in sottofondo alle attività casalinghe e simili. Una persona così, che non si sarebbe mai sognata di comprare uno stupido lettore mp3, perché girare con le cuffiette, dai, è una cosa da ragazzini, resta affascinata dall’Ipod in quanto oggetto (bello, firmato, cool). Il passo immediatamente successivo è quello di giustificare il desiderio con vaghe motivazioni del tipo: “Ah, quanta musica a basso prezzo” (e intanto spende trecento euro solo per l’oggetto) “Ah, utilissimo mentre vado al lavoro” “Con il nuovo si possono vedere anche i film**!”. Poi arriva l’acquisto e incomincia l’uso. E nel giro di tre mesi anche questa persona sarà diventata dipendente - Musica Musica Musica ovunque - dallo screensaver e non ne potrà più fare a meno.
Succederà così per tutti?

Fine della storia: ho comprato un lettore mp3 della Scott, dopo esser stata indecisa tra questo e l’Ipod shuffle. L’elemento decisivo? Il prezzo. Ho speso 55 euro (e stop) per 1 onesto giga di attività sudorifera. E basta ora parlare di Ipod, che è tremendamente out.

*vai a farglielo capire, che se paghi due mesi di lezioni in anticipo ti regalano il body rosa ufficiale coi lustrini.
**motivazione che, in periodi di tendenza all’home-theatre, mi pare quanto mai posticcia ed assurda: ma come puoi desiderare di guardare un film su uno schermo grosso quanto la tessera della biblioteca?

Nota: l’illustrazione è di Mick Stevens




22/11/05
ce la mettiamo tutta
:: di Marco Spada

Il brutto a non farsi vedere la faccia è che non si possono ricevere consigli. Con tutte le cose che uno non sa della propria faccia. E più sono a vederla meglio è, che ci sono di quelli meno attenti, e quelli invece puntigliosissimi. Per dire io il terzo anno di liceo vengo a sapere che avevo le sopracciglia unite sul naso, che facevano una specie di onda V scura e pelosa. I miei amici no loro zitti, me l’ha detto una tipa della classe accanto che le vendevo prospettive a cinque mila lire, una che quasi neanche la conoscevo. Io da quel pomeriggio ne è passato di tempo con le pinzette sono diventato un portento, anche minuscoli e appena nati li strappo come niente. E per fortuna c’è stata lei, che se aspettavo i miei amici codardi o pieni di buoni sentimenti o ciecati non l’ho mai capito, stavo fresco. Adesso così mi sento molto a mio agio. Persino tentai di ricompensarla anni dopo la ragazza, tanto le ero grato, ma lei onestamente non volle ed era cintura marrone.

Prima ancora sempre per rimanere sul personale, in terza media, c’avevo questa professoressa di biologia storpia, un giorno si divertiva a darci il nome degli animali, dalla cattedra ci indicava uno per uno rifletteva un po’ e ci dava il nome di un animale. Era un giorno - lo dico sennò pensate male della storpia - che avevamo già finito il programma. Quando tocca a me dice “e vabbè con lui andiamo liscio che si è appena tagliato i capelli”. Io che devo dire ero persino più tardo di adesso non l’ho capito subito, e non l’avrei capito mai se non avesse aggiunto “con quelle orecchie”, e se il nome di quell’animale appunto molto famoso dalle orecchie grandi non fosse poi andato a nessuno. Anche qui degli amici non uno che me l’aveva detto, e io infatti le sono molto grato alla storpia perché da allora, e di tempo ne è passato, non riesco più a farmi tagliare i capelli sulle orecchie, e vado in giro certe volte che sembro rockerduck. Mi sento però molto a mio agio. E avrei voluto tanto ricompensarla anni dopo la storpia, ahimé c’aveva il garage custodito.

E storie simili potrei raccontarne a bizzeffe per ogni piccola cosa dalla punta dei capelli alle dita dei piedi, tranne quelle parti ovviamente che mi hanno visto in pochissimi, e se mi hanno visto si sono voltati dall’altra parte o comunque sono cose che non si dicono, difficile cavarci consigli.

Fosse possibile tutto il corpo ancora meglio, io direi: ottimo. Perché il fatto che ce lo abbiamo sempre coperto è ancora peggio, non ci si rende conto. Uno se lo dimentica. Quanti consigli preziosissimi a farlo vedere agli altri. Per questo motivo io penso bisogna capitalizzare le poche occasioni, come la spiaggia, e rivolgersi ai tipi giusti. I tipi giusti sono quelli che ti parlano e non si vergognano di farlo, come si dice senza peli sulla lingua. A volte capisco che uno maldisposto e permalosetto la chiama presa per il culo. Ma vi assicuro che a rifletterci su e a vederla magari da un diverso punto di vista, a sforzarsi un pochino, lo si prende per quello che è, un consiglio. A me per esempio avevo la comitiva al mare che mi chiamava “il tettina”, io sono loro molto grato e oggi non indosso che camicie coi taschini sul petto, in modo che poi se mi metto un maglione sopra e si vedono due collinette, a guardarmi allo specchio do la colpa ai taschini. Mi sento così molto a mio agio. Uno del mare adesso pulisce i gabinetti al bar sotto casa mia, e io che gli voglio bene per salutarlo vado a farla da lui ogni mattina.

Oh ma questo per dire che le tre foto qui sopra siamo io Antonio e Rebecca. Siamo indecisi siccome ne dobbiamo scegliere una soltanto per l’aggregatore (ché il Granieri la pensa come me, è brutto che il blogger non gli si possono dare consigli), ci dite qual è la più carina? Grazie.




21/11/05
il nostro rank
:: di Marco Spada

Lo capisco che uno si irrita a leggere le classifiche, a vedere che non ci sta o che se ci sta, prima di lui c’è quella tipa che, o quell’altra che. Lo capisco e siamo d’accordo, noi che in classifica tipe così (subito sopra c’abbiamo una che) ci fanno mangiare la polvere. Certo puoi tirarti su riprenderti un pochino, a pensare che è vero e c’ha ragione Granieri, che i link non sono tutti uguali e niente storie. E c’è pure il vantaggio che finalmente una definizione di Hub, che non sarà elegantissima però meglio di niente, Hub è uno che se ti linka vale trecento sfigati, adesso se te la chiedono la sai.

Metti poi che gli sfigati gli dai in mano la classifica si vedono davanti a questo o a quello, i blogger che loro sono due anni che li vanno a commentare* e non gli rispondono mai, si gasano come matti diventano euforici megalomani incontrollabili. E cosa devono pensare, ma allora ho sbagliato tutto, ma allora non dovevo sentirmi in dovere, ma allora ero meglio io, ma allora io allora, ed emettono queste folli risate cavernose da cattivo dei cartoni animati, di quelle lunghissime e malvagie. Hai voglia tu, che sai, hai voglia a spiegare no guarda c’è questo problema e questo altro qui, e no guarda devi considerare che gli Hub - cos’è un Hub - un Hub è uno che vale trecento come te - come me in che senso - hai voglia a spiegargli, loro grettamente biecamente fanno finta di niente - ma non ho capito cos’è un Hub.

Non basta però, e non fai in tempo a dissuaderli, tutti impegnatissimi nella corsa alla segnalazione**, cosa non ti capita la classifica per accessi. Che è tutta diversa, con gente che boh, non hai idea, piena di quei blog là commerciali, gli sfigati con lo sponsor. E tu giù di nuovo a fare distinzioni, che non funge che è parziale, incompleta, che premia solo quelli che hanno gli accessi così, un sito fatto così, che quelli in realtà non se li legge un cane, che è ancora più schifosa di quella per link.

Google ci salverà, è bravo e intelligente e sa discriminare, google lo capisce, i link non sono tutti uguali è una questione di qualità, il rank può salvarci. Ma no ecco arrivano quelli che no non è giusto e la funzione sociale, che non si sottovalutino i centri altri dell’aggregazione, e la community e l’apertura e i nuovi orizzonti e se c’hanno i link se li meritano, e una blogsfera più omogenea e meditata, cieco settario razzista che non sei altro. Ma sì in effetti, è vero, ora a pensarci su potrebbe essere la volta buona sono anni che ne leggi solo due tre, dovessi trovarne un quarto chissà, almeno si fa finta ci si pinza il naso se ne legge mezza riga un paio soltanto e adesso sì puoi dirlo, c’avevo ragione ’ste classifiche non servono a un cazzo.

Dici ok, non ce n’è una che quadra sono tutte approssimative, che i primi di una sono sul fondo dell’altra, le prendiamo le mettiamo insieme e le si frulla per benino. Ne viene fuori una classifichetta seria, con tutti i suoi parametrini al posto giusto, che rispecchi il reale stato delle cose, e gli sfigati al posto loro. E che piramide sia.

Che sia la scelta migliore la più logica, già ne trovi di squadre pronte ad arrovellarcisi, a sudarci a migliorarla il più possibile (e perché non oltre il centesimo posto, sai che carina che utile). E invece no c’è chi si oppone e in modo feroce. Macché rank macché hub macché accessi, gente che desidera e anzi propone ulteriori complesse generazioni, via via più specialistiche di ogni tipo immaginabile, e il diritto naturale che spetta ad ogni blogger d’avere qualcosa di cui sfrenatamente bullarsi, di qualunque cosa si tratti***, che sia certificata e oggettivata davanti a tutti, lo dicono chiaro e tondo è una conquista da tutelare.

E ci sono quelli infine che sono per la classifica unica, che non derivi però dalle tre suddette però. Che risponda di valori come dire, universali. E giustifichi e soddisfi il secondo**** morboso istinto del lettore da classifica, la curiosità (questa me la voglio proprio vedere, sta stronza, che mi dà trenta posizioni). Una classifica che favorisca sì ma per davvero l’integrazione, e una blogsfera omogenea, e la scoperta delle sue dimensioni più in ombra (in tutti i sensi). Una classifica che sia utile come strumento di consultazione. Una classifica che se stai sotto c’è poco da lamentarsi, che renda la gerarchia una condizione naturale assoluta e inequivocabile. Una classifica dunque che il tuo superiore non c’è niente da fare, accessi o commenti o link o giuggiole, soccombi. Una classifica che certo, impossibile contarci, ma che se ci fosse sul serio, saremmo tutti più felici. E la pace nel mondo.

Noi ci proviamo, questo è il nostro rank (in due excel*****):

(voi coraggiosi, spediteci il risultato via mail)


*quei commenti che si vede trasudano fatica che c’è un impegno durissimo dietro, tutto finalizzato alla sympatiness (o anche allo sforzo supremo del So Di Cosa Stai Parlando E Te Lo Dimostro, tipici dei lit-blog)(cioè, del lit-blog)
**eh perché dopo la pubblicazione della cosa, zitti zitti fischiettando se ne sono aggiunti un mucchio, quelli che non c’erano e volevano misurarselo
***io uso più volte di tutti la parola “zainetto”; io ho fatto più foto di tutti da sotto i palazzi allo spigolo su in alto nel cielo editandole poi al photoshop coi colori psichedelici
****il primo, la vendetta: mo’ a non linkare e non citare nei post quelli che mi stanno sulle palle, li danneggio pure in classifica li danneggio, le merde
*****grazie a Gaspar per l’aiuto




18/11/05
Georgia, Angela / 1 e 1
:: di NetBiutis

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16/11/05
Vince Lory Del Santo dico.
:: di Antonio Bois

No, vince Ferrini dice Rebecca. Ma come può vincere uno come Ferrini quando le prime due edizioni sono state vinte da Walter Nudo e Sergio Muniz? dico. Tatatà, se non sapevi niente, te l’ha detto Marco, tu credevi avesse vinto Sandokan l’anno scorso, dice lei. Sì, ma mi hai incatenato alla tv, mi hai fatto leggere SelvaggiaLucarelli Dave il diario dell’isola la biografia di tutti i concorrenti perfino quella di Cristina Quaranta e adesso sì, ho capito, vince per forza Lory Del Santo.

No, vince Ferrini perché ha detto che non ha più soldi, dice lei. Non mi sembra un motivo dico io. Sì perché la Ventura poi ci è tornata su, l’ha ritirata fuori, questa storia, e vuol dire che han deciso di puntarci su, gli autori, dice lei. Ah ecco, dico io, te l’avevo detto che il televoto è tarroccato, vedi, lo riconosci anche tu, in fondo fanno quel che vogliono. No, dice lei, ci sono un sacco di cose che non potevano prevedere. Ma come fanno? dico io, come fanno a eliminare in un sol colpo la David e la Santanelli, due ragazze, che, va bene la David ormai era la Cattiva, l’Antipatica, ma la Santarelli… con quel fisico, come fanno? E Zequila? Come te lo spieghi Zequila? No, dice lei, Zequila non me lo spiego in assoluto. E la Elmi, che chiaramente doveva essere eliminata sin dall’inizio e che arriva fin in fondo? dico io. Eh, dice lei, la Elmi ha il marito che è un pezzo grosso, non si fa mai vedere, se ne parla sempre bisbigliando con rispetto. Pezzo grosso, dici? dico io, sì, è presidente del Consorzio servizi turistici del tarvisiano, ok, ma non mi pare…

No, hanno deciso che deve vincere la sfiga. Perché questo è il programma, un po’ tutti i reality eh, mica solo questo, dove vince la sfiga, dove uno deve far piacere la propria sfiga. Già l’idea, l’isola dei famosi con sempre degli ex-famosi, o dei figli di ex-famosi, e una conduttrice che è sulla china, un’has been, ormai quarant’anni un fisico che tiene con lo scotch che, boh, non lo so sarà quel che prende non parla abbaia in un italiano che non è proprio italiano sai le frasi fatte che collidono e i tre che rimangono, poverini, una ha perso i figlio l’altra è una senior in stato precadaverico il terzo faceva la casalinga con l’accento di Rimini e non fa più niente non ha più niente è pure noioso pedante fa lezioni sull’interpretazione dei sogni sulla concezione del tempo dai Babilonesi in poi, esulta quando rimane in finale come se fosse una grazia del cielo, vien da piangere, e le due donne che han capito, se deve rimanere una donna, sono l’una contro l’altra, cominciano a sparlarsi su un po’, “no perché anche tu, eh, sempre senza tacchi ti vedo un po’ appiattita, Merigiò” (sì la chiama così)” “perché sì, Lory è proprio incredibile, il modo in cui parla, eh sì, è astuta, astuta proprio”, “che rumore che fa la mattina spaccando il cocco Merigiò!” “Lory vuole sempre aver ragione lei”, “sta molto sulle sue, Merigiò, non dà confidenza” “Lory è glaciale”.

Uno sotto sotto ogni volta che guarda quel che di norma è nascosto le rughe le pieghe la congiuntivite, il mal di pancia, si russa, si starnutisce, si sbava, le mille posture degradate, uno rimane morbosamente inchiodato: sono così? sarò così? finiremo tutti così? quasi ti consoli che quell’altra sì era bella da guardare era figa ma non la scoperai mai o non le somiglierai mai, eddài, che cavolo, almeno qualcosa che non le vada bene, qualche disgrazia anche piccola o anche grande ci vuole, però senza esagerare chè sennò diventi ridicolo, sembri un buffone. Ma scusa, non ti sembra strano che siano rimasti solo over 45? Anche over over? dico io. Oh bene, se ragioni così, vuol dire che vince la Elmi, dice Rebecca, scusa eh, ma devo andare che faccio tardi, e mi lascia lì.

Be’, mi ha convinto. Vince la Elmi.




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I discepoli rimasero pieni di meraviglia. Infatti non avevano capito neppure il miracolo dei pani: si ostinavano a non capire nulla. [Marco 6,52]


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