19/12/05
- la coinquilina si fa il blog 1
Anche prima senza chat non che si facesse molti scrupoli la mia coinquilina e anzi si mostrava già spensieratamente propensa diciamo così a fare amicizia con molte persone diverse una dietro l’altra, e ogni sera o quasi dalla sua camera grazie ai muri sottilissimi che rendono a tutti indispensabile in questa casa sempre che si desideri un minimo appena decente di discrezione l’utilizzo di phon e lavandino e battito ritmato di mani e piedi quando si va a fare le proprie cose al gabinetto, dalla sua camera ogni sera o quasi venivano i ruggiti primitivi e animaleschi di un qualche maschio adulto in uno stato diciamo così di forte agitazione, per cui l’unico problema di noi altri qui dell’appartamento, cioè io e l’altra coinquilina Pura Razza Padana - noi che altrimenti per liberarci e non doverci occupare minimamente e proprio non sapere niente di niente (io che ogni volta che me ne parlano vorrei mettermi le mani sulle orecchie e fare BluBluBluBlu) degli affari privati di Giuseppa pagheremmo oro e diamanti e persino cento euro in più di affitto a testa, l’unico problema per noi dicevo traslasciando questo dei rumori a cui ci siamo piano piano direi quasi affezionati è che non ci va proprio a genio e un po’ ci spaventa l’idea di questo ininterrotto via vai di maschi sconosciuti dall’aspetto niente affatto raccomandabile e molto poco o per niente disponibili a soddisfare con quel minimo di sacrificio che ci si aspetterebbe da un ospite mediamente beneducato certe piccole necessarie incombenze domestiche, come appunto far sparire certi lunghissimi ricciolini spiraliformi dal bidet o raccogliere le cicche delle sigarette da terra o magari anche solo non schiacciarle violentemente e ripetutamente con il tacco della scarpa trasformandole e fondendole così con la moquette in modo che ne venga fuori una larga macchia grigia e unta impossibile da eliminare anche coi prodotti più all’avanguardia sul mercato degli smacchiatori spray o in polvere, se non proprio dico evitare addirittura del tutto (ma il che, lo capisco, ogni tanto la distrazione può capitare) di gettare a terra mozziconi anche in quelle zone della casa letteralmente disseminate di portaceneri.
Se prima di chattare però la sua riserva di caccia diciamo così era limitata all’ambiente della università e dei colloqui di lavoro e degli stage e dei master e roba così che continua comunque a frequentare ancora oggi e ancora e sempre con un qualche profitto, con la chat questa riserva striminzita e dai confini al massimo e proprio in casi eccezionali di portata interregionale si è spostata e allargata e ha metastatizzato almeno teoricamente su scala mondiale investendo sempre da un punto di vista puramente teorico tutta la popolazione mondiale maschile dotata di personal computer e connessione internet.
Era felicissima Giuseppa quando ha preso a chattare, cosa di cui - lei che non sapeva neanche quasi cosa fosse una chat - nonostante lunghe e approfondite ricerche motivate da contorti e parecchio sanguinari sogni di vendetta ancora non sono riuscito a identificare il colpevole, perché le sembrava una idea stupenda portarsi in qualche modo il lavoro (parola sua) a casa. E cioè basta con le pubbliche relazioni faccia a faccia e strette di mano e come ti chiami cosa fai stasera che ci perdi un sacco di tempo e magari non arrivi a niente. Evviva la chat che sai in partenza tutti quelli che ci stanno dentro ci stanno per rimorchiare o farsi rimorchiare. Idea che ci scommetto le aveva messo in testa il fratello. E’ una cosa grandiosa la chat che funziona uguale uguale come un bar per froci - mi disse infatti una volta Giuseppe venuto a dormire qui due notti per seguire le fasi più calde della presentazione dell’ultimo modello di lamborghini al motorshow e per bruciare e rigarci e scrostarci a volontà un paio di pentole antiaderenti costate un occhio della testa di mia madre, e che all’inizio si mostrava iperentusiasta e convintissimo della chat come poi lo è diventato negli ultimi tempi per il blog - un posto dove tutti vogliono inculare tutti gli altri con l’unica differenza mi diceva che nella chat sei sicuro che qualcuno che non è non frocio e magari qualche bella topa, lui così le chiama tope, qualche bella topa ce le trovi. A meno che non vai nei canali chat dei froci e allora sì è come stare in uno di quei bar per froci, questo me lo disse ridendo e masticando insieme a bocca aperta una fetta di torta rustica alla salciccia piccante ancora semicongelata e strizzandomi contemporaneamente l’occhio con fare complice e malizioso a dire Che bella battuta ho fatto, e insieme con fare ancora più complice e malizioso strizzando con ambo le mani e storcendomi di quasi trecentosessanta grandi con movimento antiorario le mie povere guance.
Coi risultati poi queste sue chattate che andavano avanti senza fermarsi un attimo per ore e ore con la più assoluta e sfrenata spudoratezza, i risultati che ho detto: un fallimento. E al contrario di ogni sua aspettativa e invece esaudendo i desideri miei e della coinquilina Pura Razza Padana la quantità di gente che transitava e calpestava e fondeva sigarette sulla moquette del nostro corridoio tra le otto e le nove di sera e poi tra le sette e le otto della mattina successiva andava tragicamente diminuendo. E a parte sporadiche avventure che tiravano su di morale e incoraggiavano lei ad andare avanti e noi a cercare una agenzia per traslocare il più lontano possibile, avventure che avevano di sicuro qualcosa di sottilmente esotico rispetto a quelle forse un po’ banali e ripetitive da colloquio di lavoro o master per operatori socio-culturali che a casa ci finivano sempre uomini con pochi capelli l’alito puzzolente le unghie sporche la pelle grigia e il culo basso, esotico come per esempio quella volta che il portaombrelli all’ingresso lo abbiamo trovato spezzato in due e sui resti aperti come la buccia di una banana c’era infilato uno djambè alto un metro e mezzo che aveva appestato casa di un terribile odore di carne andata a male e che poi abbiamo saputo era il pezzo forte e l’ultima creazione di un ragazzo australiano che girava il mondo finanziandosi appunto con la vendita in internet di djambè fatti a mano e che guarda caso in quel momento emetteva strani ululati inframmezzati da gorgoglii e rumorose inspirazioni e poi di nuovo gorgoglii e ululati dalla camera di Giuseppa. Ragazzo australiano che immagino doveva chiamarsi Bob ma non saprei dirlo con certezza dato che tutto ciò che riusciva a dire in riferimento a qualsiasi oggetto-evento-pensiero-azione veniva da lui immancabilmente definito con una specie di schiocco da sturalavandino che suonava proprio come un Bob!, ragazzo simpaticissimo ed educatissimo seppure di bruttezza micidiale addirittura non fumatore che abbiamo scoperto più tardi (troppo tardi), utilizzava per la costruzione dei suoi djambè abiti e mobili usati come ad esempio la mia giacca preferita in pelle nera alla indianajones che custodivo gelosamente da dodici anni e il piano rialzato in legno della cucina per asciugare e riporre i piatti.
Si capisce quindi perché tutto sommato io ero abbastanza contento che smettesse con la chat e si mettesse a fare un blog. Perché ero sicuro che il numero dei tizi a conoscersi tramite blog sarebbe diminuito ancora, perché non ci andava che rimanesse a chattare occupando la cucina e impestandola di sigarette tutto il giorno e con il blog ci sarebbe stata di meno, e perché se doveva incontrare qualcuno avevo in testa chissà come questa idea che i blogger sono delle persone generalmente meno rompiscatole e schifose di quelli che chattano. Quella mattina che ho trovato MarchioWarrior a bersi il caffè e a sbafarsi - questo ancora non l’ho detto - i miei biscotti cuore di mela, che già ad un primo sguardo da come la confezione era afflosciata si capiva me li stava finendo, quella mattina per le dieci avevo fissato con la Pura Razza Padana nella mansarda della lavatrice una riunione segreta per festeggiare la novità quando appunto, con questa storia di MarchioWarrior il suo primo commentatore e con tutto quello che poi è seguito, ho pensato che la riunione dovevamo farla di guerra altroché.
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