17/12/05
“Stephen King parla al cervello e al cuore di noi post-Piazza Fontana, post-Strategia della tensione, post-Uno Bianca, post-catena di comando a Bolzaneto.”
“Colorado Kid, fraintesissimo libro finto-minimalista e in realtà smisurato, panoramico, spalancato su tutti i possibili mondi, […] è forse il romanzo più perturbante fra quelli scritti da King. E’ perturbante in modo dissimulato… “nicodemistico”. Leggendolo, mi è venuto in mente anche Scirocco di De Michele, con la sua rappresentazione “rizomatica”, aleatoria e frattale del potere e del complotto. King ha ben chiara questa dimensione. King è in stato di grazia.” Wu Ming 1
Ecco, io vi chiedo un po’ se dopo aver letto una recensione così, uno non corre a comprarsi Colorado Kid (è soprattutto l’aggettivo “rizomatico” che mi ha convinto. “Nicodemistico” è carino, ma è un po’ pedante, mentre “rizomatico” è così un tic da centro sociale left-chic, che proprio non ho saputo resistere).
E poi la Lipperini dice che è “sontuoso”, uno dei miei aggettivi preferiti da quando è stato adottato come intercalare da un altro mio idolo, Alessandro Piperno.
Comunque, nonostante la copertina firmata da Glen Orbik, niente di piccante nel breve romanzo. Anzi. I personaggi principali sono due vecchietti che raccontano una morte misteriosa (un uomo è stato ritrovato cadavere sulla spiaggia dell’isoletta Moose e nessuno sa chi sia, solo che apparentemente si è strozzato con un boccone in gola, e che ha un pacchetto di sigarette, una monetina russa e qualche spicciolo in tasca) avvenuta un quarto di secolo prima, mistero rimasto irrisolto. E noi continueremo a non conoscerla, la soluzione, sia chiaro. Loro, i vecchi reporter, ne approfittano per dare delle lezioni di narratologia alla stagista che stanno ammorbando con le loro battutine, le loro buone azioni e il loro accento del Maine (lezioni alla quale potete vantaggiosamente aggiungere quelle di Lucio Angelini) (Non tutti sono rimasti fulminati dal “panorama spalancato” dal Kid di King: qui una recensione con ulteriore discussione tra i soliti nei commenti).
Sarà dunque vero, come dice il Los Angeles Times, che “Colorado Kid è la disperazione esistenziale di Stephen King, la sua Nausea o il suo Aspettando Godot, dove paragona i ferrei vincoli strutturali della finzione di genere ad un divorante fondamentalismo”?
Intanto, Wu Ming 1 ha un’idea divertente. Suppone che King abbia teso un tranello ai suoi lettori, i quali dovrebbero capire che sono loro stessi gli investigatori, che la soluzione è tra le loro mani, basta che si diano un po’ da fare.
Il primo indizio è allora uno strafalcione di King che manda la sua futura vittima da Starbucks. Ora, Starbucks, nell’80 ancora non esisteva. Richiamato su questo punto, il vate (ormai, il titolo gli sta tutto) risponde sdegnosamente: “Andate a leggere l’ultimo volume della Torre Nera e capirete” (Io, invece, ho pensato, mmh, ottima tecnica di marketing: in effetti, l’ultimo volume delle saga è uscito subito dopo Colorado Kid, perché non indirizzare il lettore verso un successivo acquisto?).
E invece no. E’ un indizio, dice King, e lo dice anche Wu Ming 1.
Ok, scateniamoci. Io ho trovato altre coincidenze, chissà che c’entrino qualcosa.
A un certo punto, per via della monetina russa, viene evocata una possibile spiegazione di tipo spionistico. Il cadavere di Colorado Kid viene scoperto il 24 aprile 1980. Eh, ma quel giorno lì, forse non si pensava tanto alla guerra fredda, quanto già al Medio Oriente. Quel preciso giorno, per salvare gli ostaggi americani in Iran, gli Stati Uniti tentano un blitz denominato “Artiglio d’aquila”, miseramente fallito a causa di una tempesta di sabbia, e che si conclude in pesanti perdite di materiale e uomini. Non so come possa entrarci, ma il lettore ormai “attivo” forse ce la fa a collegare la improvvisa partenza in totale incognito dal Colorado di un uomo apparentemente tranquillo (con tante complicità, tanti soldi e tanto silenzio) volto a chissà quale missione segretissima poche ore prima di un’azione militare tutt’altro che di routine in Iran.
Se invece vogliamo andare sul metaletterario, perché Sartre e Beckett? Quando nell’isola accanto alla Moose del caro kinghiano Maine, c’è un’altra isola, Mount Desert, dove una vecchia scrittrice universalmente nota stava scrivendo un racconto che finisce così: un uomo solo sulla spiaggia di un’isola muore tossendo.
(Chi è la scrittrice? Come si chiama il racconto? Eh, trovatelo voi. E soprattutto, cercate altri indizi e altre soluzioni) (Inutile dire che seppur non aveste letto il libro, non importa, ne sapete già abbastanza da poter dire la vostra).
Nota bene: Come non apprezzare l’umorismo di Stephen King, quando fa enunciare ad un suo personaggio la regola aurea dell’investigazione: “Quando hai eliminato l’impossibile, quello che resta, per quanto improbabile, deve essere la risposta”, proprio lui, che ha costruito il suo impero narrativo sulla scelta sistematica della soluzione impossibile, ovverossia soprannaturale.
02/10/05
Nella sua risposta alla ragazza che aveva osato parlare male di Moresco, Evangelisti trova anche un paragrafo per la blogosfera, eh sì. Dice :
“Molti scrittori di primo piano sono intervenuti nel dibattito - Lello Voce, Angela Scarparo, Giulio Mozzi (con particolare sottigliezza), Gianni Biondillo, altri che al momento non ricordo. E assieme a loro una pletora di intellettuali “non omologati”, giovani e meno giovani, noti o ignoti, che su Internet hanno appreso a esporsi e a dialogare. Formando quindi una comunità (piccola, certo, e dunque rissosa: si vedano due classici delle dinamiche conflittuali in ambito ristretto, come Il signore delle mosche e L’isola dei famosi), ma comunque una comunità.”
Certo che chiamare Lello Voce, Angela Scarparo e Gianni Biondillo, scrittori di primo piano, voglio dire, è al limite della piaggeria (e perché, poi? Lui sì, Evangelisti, che è uno scrittore di primo piano. Di genere, ok, ma di primo piano).
Giulio Mozzi invece dice che è brutto confondere la persona con lo scrittore, d’accordo, però nel caso di Moresco, c’è un terzo termine (l’importante è trovare sempre la terza via), il corpo di Moresco, che non si può non vedere quando lo si legge. E guarda caso, il corpo che vedi leggendolo, è proprio uguale al corpo di Moresco in carne e ossa.
Non so. Io, per esempio, il corpo che vedo quando leggo Moresco è obeso, pieno di cacca, bile, sperma, carie e calcoli (non è colpa mia, è lui che racconta ’ste cose), sempre lì a mutilarsi, a sdilinquirsi e a eruttare. A volte, invece, fa la fanciulla (ed è ancora peggio, come ne La santa).
Per tornare a quanto Evangelisti dice della blogosfera, be’, se è come Il signore delle mosche (oh, è un libro meraviglioso: su una bellissima isola deserta naufragano bambini - un sogno -, che lasciati a se stessi, diventano piccoli nazisti e si schierano tra prepotenti e leccaculi, seviziatori e capri espiatori, pari pari ai grandi - un incubo -), se la blogosfera è veramente così, io vorrei fare gli occhiali di Piggy, se posso, e non lascerei mai che mi strappassero dal suo nasetto a patata.
Poi, per L’isola dei famosi, provate voi a distribuire i ruoli.
“Perché hai fatto morire Valérie!” urla scattando spinto da una molla il ragazzo di fronte a me, rapato, piccolino con la faccia simpatica, appena è stata data la parola al pubblico. Urca, m’ha fatto prendere uno spavento.
Pensare che per tutto il tempo che siamo stati lì, lui si teneva questa domanda dentro! C’era già quando sono arrivato, venerdì scorso, con tre quarti d’ora d’anticipo, alla libreria Feltrinelli di piazza Piemonte. Dieci minuti dopo era tutto pieno e la gente stava in piedi. Compare Houellebecq, il vecchio pulcino, con gli jeans chino stretti sotto le ascelle, la camicetta a quadretti, il giubbottino blu e lo zaino Nike in spalla (la Sgarbi in piedi sotto il palco, smack smack con Scurati, champagne alla Bompiani per il doppio Campiello).
Legge qualche pagina in piedi con l’aria assorta e antiretorica. Poi sono bene in tre a dire la loro incorniciandolo, lassù, intorno al tavolo. Emanuele Trevi si entusiasma: il lettore è preso all’amo da questo capolavoro, un congegno, una critica radicale e intelliggente der monno (sì, è romano), opera unitaria che attraversa i generi ma si sviluppa intorno a una articolazione, la violenza sensoriale, “l’idea violenta dello scorrere del tempo”, l’irrompere violento nel “nostro ‘bbios”, “la vita sessuale, cioè la vita ‘nzomma”, “ci sono delle cose di cui non si può ridere” (ah no?), e perché poi viene fuori “l’umido”, ma comunque non intende togliere a nessuno la felicità di leggerselo ‘nzanta ppasce.
Poi Giulio Giorello: “Come mai si vende tanto e viene addirittura tradotto in 32 lingue? Quello che prende allo stomaco e ti tiene incollato, in questo libro, è il mito dell’uccello (cosaaa?), della fenice (aaah) che viene fuori. Dev’essere un uccello bellissimo come non l’ho mai visto se non dipinto” (giuro, l’ha detto).
E Enrico Ghezzi parte con una citazione in francese di Sade e varie considerazioni sull’inanità. Chiede a Houellebecq del film, che si dice farà egli stesso del proprio romanzo. Lui modestamente risponde che alcune sue immagini mentali sono così forti che non possono essere trasposte, sembra particolarmente compiaciuto “del grande spazio grigio”.
Una ragazza sui trentanove anni gli chiede come mai ce l’ha così tanto con i quarantenni. Una studentessa, se ha rinunciato a cambiare il mondo. Il ragazzo di fronte a me torna a casa sconsolato perché è morta Valérie*.
*Per i beati che non lo sanno, Valérie è la figa protagonista del precedente romanzo di Houellebecq, Piattaforma.
25/09/05
La polemica della settimana tra i blog e siti letterari, l’ha scatenata Valerio Evangelisti (sì, quel bravissimo scrittore di fantascienza che tutti voi avete letto, io no, ah sì, forse qualche racconto). Cos’è successo? Riassumo:
1. Antonio Moresco ha scritto un libro sulla lettura intitolato Lo sbrego (non lo conoscete? Be’ sappiate che è uno che ha cominciato a pubblicare verso la cinquantina con libri in cui raccontava la maledizione sua che era di non esser mai pubblicato e nonostante tutto, cocciuto, a costo di rovinare se stesso e tutta la sua famiglia, siccome aveva la vocazione, non per niente prima aveva militato con Servire il popolo, e prima ancora aveva fatto il seminarista, sopportava l’ira di dio e andava avanti andava avanti. Finché non è stato pubblicato, e diventato un caso, il Van Gogh delle nostre lettere, e tutti quelli che avevano l’età dei suoi figli e già pubblicavano si sono fatti venire il coccolone e l’hanno adottato come mascotte, tanto era vecchio e anche un po’ sbrodolone, non poteva fargli del male).
2. Silvia Dai Pra’, una che nessuno conosce, si è permessa di stroncare Lo sbrego sulla rivista di Goffredo Fofi, Lo straniero (una rivista che tra l’altro, almeno ideologicamente, somiglia un po’ a Antonio Moresco).
3. Valerio Evangelisti accecato dal dolore a sua volta ha stroncato la stroncatura di Silvia Dai Pra’ su Carmilla, la rivista telematica (mah, si dice così?).
4. Silvia Dai Pra’ stronca la stroncatura di Evangelisti alla sua stroncatura di Moresco sul blog di Loredana Lipperini.
E qui, è stata svelata dalla Dai Pra’ una cosa che mi ha colpito molto. In un suo commento al proprio post pubblicato sul Lipperini blog, dice : “Sinceramente non mi aspettavo una tale polemica per la recensione a un libro che avremo letto in due.”
Quindi, siccome è chiarissimo dal pezzo di Evangelisti che lui non ha letto il libro di Moresco, così come è altrettanto evidente dalla lettura della recensione della Dai Pra’, che lei invece sì, mi sono sentito chiamato in causa. Perché? Perché io, Lo sbrego, l’ho letto. Ergo, il secondo lettore di cui parla Silvia Dai Pra’, sono io.
Tutta colpa di Marco. Un giorno mi telefona e mi dice: “Hai letto l’ultimo (allora era l’ultimo, adesso non lo è più) di Moresco? No, perché l’ho sfogliato in libreria e sembra divertente”.
Impossibile, ho pensato io, che purtroppo Moresco, avevo già letto altri libri suoi. Però io, di Marco, mi fido ciecamente, quindi vado a comprare Lo sbrego e me lo leggo.
Comincia così : “Io non ho mai letto letto niente”. E la quarta (di copertina): “Uaaaa! Che paradosso! Che emozione!” No, ma è solo una citazione, dell’incipit del Viaggio al termine della notte, di Céline (E’ una figata citare Céline, perfino quando nessuno lo capisce, che è una citazione. Funziona sempre).
Aggiunge: “A cosa serve che dica anch’io le mie piccole, povere cose sulla Commedia?” (p. 73) A niente, appunto. Però ce le dice lo stesso. E anche su Omero. E anche su Goethe, Cervantes, Stendhal, e su un sacco di altri scrittoroni.
Be’, ma forse dice cose interessanti, nuove? A parte il fatto che, riconosco, sarebbe difficile per chiunque. Ma lui dice solo roba da liceale, un po’. Tipo che Stendhal gli sta sulle palle “con la sua linguetta incipriata del cazzo, messa insieme da quattro accademici” (p. 30), però, la scena di Waterloo, nella Certosa, wow, che bella! E… Ma lasciam perdere. Basti dire che lui, Moresco, di tutti gli scrittori, proprio tutti, ha solo e soltanto l’immagine oleografica. Emily Brontë nelle brughiere, Flaubert “bietolone normanno”, e naturalmente Pinocchio è “una piccola divina commedia dove la vita e la morte sono attraversate questa volte da un burattino” (p. 118). Sarà solo la milionesima volta che viene detto. Ma che importa?
E poi si fa un sacco di domande. “Che cos’è la filosofia, che cos’è il pensiero? (p. 106) “Chi siamo noi? Che cos’è la letteratura? Che cos’è la vita?” (p. 113) E poi si lamenta moltissimo, che “l’intero mondo è una sola fornace”, “altro che congresso di Vienna stiamo vivendo” (e daje con la Restaurazione!), che la gente è cattiva, non legge o legge solo cazzate, che lui soffre tanto, un po’ come… ma sì, proprio come lui, come Houellebecq!
Infatti, guardate, ci sono un sacco di coincidenze. A parte la lagna eterna, c’è lo sbavare per le gnocche che hanno l’età dei loro figli, in particolare per una che si chiama… che si chiama… Esther! proprio uguale identico. Esther di là (Houellebecq), Esterina di qua (Moresco). Ma perché proprio Esther? vi chiederete. Non lo so. Sarà mica un riferimento alla mitica squillo di Splendori e miserie delle cortigiane, di Balzac? Eh, penso di sì. Houellebecq e Moresco si sentono molto Rubempré innamorati della traviata Esther. Che romantici! Che cuccioloni! Oh, cuccioloni, sì. Perché entrambi adorano i cani, e Moresco chiude il suo libretto con questo “finale non aperto: spalancato”:
“Non vi è mai capitato [...] di vedervi apparire improvvisamente di fronte un cane? [...] A me è successo poche notti fa, esattamente così, proprio all’angolo di una strada. [...] Me lo sono trovato di fronte improvvisamente, nero, massa immobile, muta. Ci siamo guardati negli occhi, in silenzio, da pari a pari. E’ durato un istante. Poi sono passato oltre, immerso nei miei pensieri. Anche lui è passato oltre, immerso nei suoi pensieri. Grande, solo, lanciato, indipendente, sovrano.”
Come Moresco. “Grande, solo, lanciato, indipendente, sovrano”. (Ecco, a me, questo ha fatto ridere).
Allora gliel’ho detto a Marco, gli ho detto: “Ho capito che cosa hai trovato di divertente nello Sbrego“. “Oh figurati se leggo sta roba, mi ha risposto Marco, io sto leggendo Il seno di Philip Roth”.
E già, che stupido che sono. Il secondo lettore di Moresco.
*la foto di scena (suor jo) è tratta da i miserabili*
18/09/05
I fatti
Lucio Angelini, il ben noto traduttore di Andersen in Italia oltre che scrittore per l’infanzia (suo Quella bruttacattiva della mamma, tradotto anche in francese) (si conosce un bambino che è svenuto leggendolo) ha subito un inaudito attacco sul sito di ibs. La sua traduzione del romanzo, Solo un violinista, viene giudicata “imbarazzante” per “pochezza” da una certa Andreina Campolmi.
Le indagini
La cosa non deve rimanere inosservata. Lucio Angelini dopo una prima inchiesta che lo porta alla conclusione che Andreina Campolmi è un nick adottato da un suo nemico che trama nell’ombra, rivolge un accorato appello a ibs affinché vengano filtrate “le critiche ingiustificate”.
Giulio Mozzi anche lui s’interroga e, con notevole acume, trova che Campolmi è un nome presente in Italia (ce ne sono 183), soprattutto in Toscana, ma - aggiungo io - anche nel Lazio (attenzione, questo particolare è fondamentale). Non solo, mette il dito su un indizio cruciale: “Nel sito www.ilmiobaby.com ho trovato, alla voce ‘Andreina’, questa sconvolgente notizia: ‘Nome divenuto popolare grazie alla protagonista della Ricerca del tempo perduto di Proust’” (ah sì, sapete, Andrée, la lesbicona).
Blogdiscount, dopo aver ritrovato la moglie del raccomandato Gianfranco Bertolini, non poteva esimersi dal cercare Andreina Campolmi, e porta il suo contributo.
Innanzitutto, Anna Campolmi è il personaggio centrale di un film, Ore 9 lezione di chimica per la regia di Mario Mattioli (1941):
“La vicenda si svolge in un collegio femminile. Maria è sorpresa dalle compagne una sera mentre in giardino abbraccia un uomo. La più vivace del gruppo, Anna, convinta che quell’uomo sia il giovane professore di chimica di cui è innamorata, denunzia la compagna alla direttrice.” (Si riconosce lo stesso tema della denuncia ingiusta mossa sull’onda emotiva della gelosia, un lapsus rivelatore del turbamento di chi è consapevole della brutta azione che sta compiendo)
La sceneggiatura è firmata da Marcello Marchesi che, oltre ai suoi noti titoli alla gloria postuma (sua la battuta: “L’amore ha diritto di essere disonesto e bugiardo, se è sincero”) è il benefattore dell’umanità che ha tradotto Asterix in Italiano.
Conclusione
A questo punto abbiamo vari indizi che convergono tutti nella stessa direzione. Andreina Campolmi è il nome scelto da uno che:
Vive a Roma
E’ un cultore di Proust
E’ un francesista
Predilige la pop culture
E’ un collega invidioso di Lucio Angelini (si sa che sulla rete solo gli invidiosi usano nicknames vigliacchetti. Tutti gli altri si firmano responsabilmente con nome e cognome).
Sì, lo avete capito tutti ormai. L’individuo che si nasconde dietro lo pseudonimo di Andreina Campolmi non può essere che lui, proprio lui, Alessandro Piperno.
12/06/05
momentaneamente non disponibile
(editing)
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Rebus
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:: di Antonio & Rebecca |
momentaneamente non disponibile (editing)
22/05/05
Stamattina uscendo dalla stazione Como-Nord per assistere a questa roba, Dilaganolibri, ho sentito l’inequivocabile bisogno di pisciare e ho pensato di entrare nel primo dei numerosi alberghi che costeggiano il lago.
Era il Palace Hotel (provate anche voi in caso urgente, nessun albergo per quanto stellato vi rifuterà l’uso delle toilette al pianterreno, sempre meglio delle latrine alla turca di un qualunque bar dove peraltro dovete anche ingegnarvi a consumare qualcosa).
Mentre alla reception esponevo la mia richiesta ad un concierge chiaramente comasco ma che si ostinava a parlarmi in inglese e che mi indicava un corridoio alla mia sinistra, mi sono visto passare davanti Tullio Avoledo* accompagnato da una tizia. Andavamo nella stessa direzione ma loro sono entrati nel bar dell’albergo, e, uhm, sì, lo devo confessare, mi sono fermato dietro la parete ad origliare cosa si dicevano. Era un’intervista di cui ho carpito poco (parla a bassa voce, Avoledo, peccato), tuttavia, il paparazzo che è in me non riesce a impedirsi di darvi le seguenti notizie.
Tullio Avoledo non segue molto la critica letteraria in rete perché pensa che il dibattito manca di filtro, chiunque può arrivare e dire maniacalmente la sua, “come i lettori nella posta di QuattroRuote, che trovano sempre da ridire e mi fanno pensare a quei personaggi meschini e precisini di Verdone”. (Io QuattroRuote, non lo leggo, quindi non saprei dire, ma riferisco).
Gli sembrano di buon livello Nazione Indiana, il sito di Giulio Mozzi (vorrei vedere) e di Giuseppe Genna, tra i cui libri apprezza in particolar modo Grande Madre rossa .
E i blog? Non li segue tranne (ebbene sì) Wittgenstein e (attenzione) Iannozzi. Iannozzi? ho esclamato, colto di sorpresa**. E mi è stato fatale, perché mi ha scoperto un cameriere che mi ha indicato vigorosamente l’uscita, incredulo davanti ad una simile maleducazione (sì, lo riconosco, sono vittima della mia curiosità. Ma non se ne avranno a male la giornalista e Avoledo, credo, poiché è tutto vero.)
* L’ultimo libro di Tullio Avoledo è Lo stato dell’unione.
** Che strano non abbia citato Blogdiscount! Mah.
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