08/10/05
Eccoci penosamente entrati nei mesi in erre dell’inverno. Una consolazione c’è: sono i mesi delle ostriche. Ed è stata finalmente tradotta in italiano la Biografia sentimentale dell’ostrica di M.F.K.Fisher, una che parlava di cibo e gastronomia in modo da divertire e convincere tutti, anche gli anoressici, anche chi della cucina se ne frega altamente o si sazia di spizzico. Qui di seguito, le prime righe (anche il titolo del post è suo).
Biografia sentimentale dell’ostrica
L’ostrica conduce un’esistenza terribile e nel contempo eccitante.
Tanto per cominciare, le possibilità che venga al mondo sono minime. Ma se ce la fa, se sopravvive agli strali del suo stesso, stravagante destino e se nelle due settimane della sua spensierata giovinezza trova un appiglio liscio e pulito a cui aggrapparsi, la sua vita adulta sarà una girandola di passioni e pericoli.
Nell’originale, il libro si chiama Consider the Oyster, e quando la patinata Gourmet (Condé Nast, ecchi sennò) ha chiesto a David Foster Wallace di scrivere un reportage sulla popolarissima sagra dell’astice nel Maine, il titolo non poteva essere che Consider the Lobster (scaricabile in pdf). Che poi è diventato il titolo della nuova raccolta di DFW (altre informazioni qui).
E’ ovvio che un libro che comincia come sopra non può che essere divorato (comprese le ricette allucinanti di stufato alle ostriche con panna, piatto tradizionale americano), mentre il saggio di Wallace, a taluni, potrebbe risultare lievemente indigesto (L’astice soffre quando lo si butta nell’acqua bollente? Ragionamenti scientifici, civili e ironici).
04/06/05
Pubblicato nella rivista Esquire nel settembre 1941, questo racconto è il quarto che J. D. Salinger allora ventidueenne riesce a piazzare. L’anno dopo parte per la guerra.
Sono ventidue anche i racconti rintracciati finora e non raccolti per volere stesso dell’autore. Si possono leggere in rete. Non mi risulta siano stati pubblicati in Italia (per ragioni evidenti di diritti), ma nemmeno in rete. L’originale si trova qui e così, chi sa l’inglese, potrà sapere come va a finire questa non boy-meets-girl story).
Ogni giorno Justin Horgenschlag, aiuto tipografo da trenta dollari alla settimana, vedeva da vicino circa sessanta donne che non aveva mai visto prima. Quindi nei pochi anni che era vissuto a New York, Horgenschlag aveva visto da vicino approssimativamente 75.120 donne diverse. Di queste 75.120 donne, grosso modo 25.000 avevano meno di trenta e più di quindici anni. Di queste 25.000 solo 5.000 pesavano tra 48 e 57 kg. Di queste 5.000 solo 1.000 non erano orrende. Solo 500 erano ragionevolmente attraenti, solo 100 erano molto attraenti, solo 26 avrebbero potuto suscitare un lungo, lento fischio. E solo di 1 Horgenschlag s’innamorò a prima vista.
Ora, ci sono due tipi di femme fatale. C’è la femme fatale che è una femme fatale in tutti i sensi della parola e c’è la femme fatale che non è una femme fatale in tutti i sensi della parola.
Il suo nome era Shirley Lester. Aveva vent’anni (undici di meno di Horgenschlag), era alta 1m62 (il che metteva la sua testa all’altezza degli occhi di Horgenschlag), pesava 53 kg (leggera come una piuma, da portare). Shirley era una stenografa, viveva con la madre che aiutava, Agnes Lester, una fan del vecchio Nelson Eddy. Per quanto concerne l’aspetto di Shirley, la gente la metteva in questi termini : “Shirley è così carina che sembra dipinta.”
E nell’autobus della Third Avenue una mattina, Horgenschlag si trovò in piedi accanto a Shirley Lester, e fu spacciato. Tutto ciò perché la bocca di Shirley era aperta in un modo particolare. Shirley stava leggendo una pubblicità per un prodotto di bellezza sul pannello bianco dell’autobus e, quando Shirley leggeva, allentava leggermente la mascella. E in quel breve istante in cui Shirley aveva la bocca aperta, le labbra si dividevano. Shirley era probabilmente la donna più fatale di tutta Manhattan. Horgenschlag vide in lei una panacea sicura per quel gigantesco mostro di solitudine che aveva insidiato il suo cuore da quando era venuto a New York. Oh, lo strazio! Lo strazio di sovrastare Shirley Lester e di non essere capace di chinarsi e baciare le labbra socchiuse di Shirley. L’indicibile strazio!
* * *
Questo era l’inizio della storia che mi ero messo a scrivere per Collier’s. Stavo per scrivere una bella e tenera storia in cui “un-ragazzo-incontra-una-ragazza”. Cosa c’è di meglio, pensavo. Il mondo ha bisogno di storie in cui “un-ragazzo-incontra-una-ragazza”. Ma per scriverne una, purtroppo, lo scrittore deve arrangiarsi per far incontrare il ragazzo con la ragazza. Non riuscivo a farlo con questa storia. Perlomeno, se volevo che avesse un senso. Non riuscivo a combinarli come si deve, Horgenschlag e Shirley. Ed ecco perché:
Era certamente impossibile che Horgenschlag si chinasse e dicesse in tutta sincerità:
“La prego di scusarmi. L’amo moltissimo. Sono pazzo di lei. Lo so. Potrei amarla per tutta la mia vita. Sono aiuto tipografo e guadagno trenta dollari alla settimana. Oh dio, come l’amo. E’ libera stasera?”
Magari, ‘sto Horgenschlag è uno scemo, ma non può essere così scemo. Magari è nato ieri, ma non oggi. Non puoi aspettarti che i lettori di Collier’s se la bevano, una simile cretinata. Hanno pagato, dopotutto.
Non potevo naturalmente somministrare tutt’a un tratto a Horgenschlag uno sciroppo di soavità misto al solito portasigarette di William Powell e al cilindro di Fred Astaire.
“Per favore non mi fraintenda, signorina. Faccio l’illustratore per la stampa. Ecco il mio biglietto da visita. Mi piacerebbe ritrarla più di quanto abbia mai desiderato ritrarre chicchessia nella mia vita. Una simile impresa potrebbe essere di reciproco vantaggio. Posso chiamarla questa sera, o molto prossimamente? (Breve risata disinvolta) Spero di non sembrare troppo impaziente. (Altra risata) Ma credo di esserlo, veramente.”
Oh, ragazzi. Queste battute dette con un sorriso stanco, eppure allegro, eppure ardito. Se solo Horgenschlag le avesse dette. Shirley ovviamente era una fan di Nelson Eddy, e un membro attivo della biblioteca circolante Keystone.
Forse cominciate a capire quello che mi trovavo davanti.
E’ vero, Horgenschlag avrebbe potuto dire :
“Mi scusi, lei non è Wilma Pritchard?”
30/04/05
E’ uscita una raccolta di racconti di Dave Eggers, How We Are Hungry (McSweeney’s Books) dove c’è un raccontino-ino, che più ino non si può, che s’intitola “Ci sono cose che uno dovrebbe tenere per sé” seguito da cinque pagine bianche. Vi si trovano anche mini-storie, come questa, pubblicata l’anno scorso nel Guardian.
Sul volere tirar su almeno tre muri prima che lei torni
Sta costruendo una casetta nel giardino per quando il loro bambino sarà abbastanza grande da poterla usare come club o rifugio, e vuole tirare su tre muri prima che sua moglie torni a casa. Lei sta dalla madre perché sua madre è scivolata sul ghiaccio – un party pattinaggio, in tema di Natale – e ha bisogno d’aiuto per preparare il party per le feste, progettato prima dell’incidente. Sta nevicando piano e l’aria è così fredda che si vede. Lui sta lavorando alla casetta con una nuova trivella che ha comprato quel giorno. E’ una trivella portatile e si meraviglia della sua efficacia. Vuole provare qualcosa alla moglie, perché non costruisce spesso cose così, e lei ha lasciato capire che le piace quando lui costruisce cose, e quando va in bici o gioca a rugby nella lega maschile. E’ rimasta impressionata la volta che ha assemblato un telescopio, un regalo di compleanno, in due ore, quando il manuale diceva che ce ne volevano quattro. Sicché mentre è via quel giorno, e l’aria è densa e grigia e la neve cade come cenere, lui lavora velocemente, cercando di finire le fondamenta. Una volta che ha finito le fondamenta, decide che per impressionarla – e vuole impressionarla in qualche modo tutti i giorni e vuole sempre desiderare di impressionarla – ci vorranno almeno tre muri della capanna tirati su per quando tornerà a casa.
(Ste, sono 230 parole, pensa, al concorso della Feltrinelli, veniva subito eliminato.)
19/03/05
[AGGIORNAMENTO : Leggo adesso in Alias (il supplemento culturale del sabato del manifesto), qualche ora dopo aver postato quanto segue, una recensione, firmata da Tommaso Pincio, di Tredici storie per tredici epitaffi che sta per uscire in Italia, con la traduzione di Chiara Bellini e Simona Vinci, sempre per l'editore Fanucci. E non l'ho nemmeno fatto apposta. (Be', ho tradotto io la pagina qui sotto, e a questo punto si può leggere in anteprima, ma ogni eventuale errore è purtroppo tutto mio.) ]
Shock appeal : Chi sono questi scrittori e perché vogliono ferirci, si chiedeva, nel 1993, Larry McCaffery, uno dei primi critici “avant-pop”. Era all’occasione della recensione di un libro di William T. Vollmann (al quale accomunava l’allora quasi esordiente Wallace), Thirteen Stories and Thirteen Epitaphs. In Italia, ne è stato scorporato un racconto intitolato Manette.
Fanucci ha pubblicato invece per intero I racconti dell’arcolabaleno dove, al suo solito, Vollmann mischia reportage, testimonianza, riciclo, lirismo dell’abiezione e dell’anaffettività, geometria della tortura come regola di vita, dandysmo perfino (un esempio su tutti, quando descrive lo Zombie, un serial killer dalla faccia putrefatta, termina con questa frase, degna di Lautréamont, che dice di adorare : “Le piccole vanità dei reietti sono veramente sinistre perché ci dicono che queste teste ragionano”). Nel suo culto per l’esperienza dell’estremo, mette su trame scoordinate e paratattiche. Nella vita è adepto di droghe, puttane e fucili. E’ contrario al safe sex. Quando era piccolo, è morta annegata la sorellina che doveva sorvegliare. (Aiuto! E’ troppo!) La sua ultima pazzia (in ordine cronologico), sono i sette volumi di una mostruosa storia della violenza. E’ prevista l’uscita del prossimo romanzo, Europe Central, fra pochi giorni, in America.
“Queste storie sono tutti epitaffi; questi epitaffi sono tutte storie. (Una buona storia non è che un carro funebre per portarvi fino alla fine dove aspetta l’epitaffio).”
Mien - Vietnam
Il tuo innamorato guidava veloce. La vecchia macchina sferragliava.
Ho detto : Grazie per il passaggio.
Ho detto: Cavolo se fa caldo.
Ho detto : Avete molti autostoppisti da queste parti?
Lui ha detto : Ci crederesti se ti dicessi troppi?
Aveva una lastra d’acciaio nel cranio.
Ha detto : Ero nei Corpi Speciali. So uccidere. Potrei ucciderti in due secondi.
Ha detto : A volte impazzisco. Penso per via del defogliante. Ci hanno messo nelle risaie a strisciare nella merda per due settimane tre settimane e gli elicotteri continuavano a spruzzarlo come fosse nebbia e poggia. Potevi vedere la giungla accartocciarsi.
Ha detto : Ero negli Artificieri. Una volta mi hanno detto di far saltare una chiesa cattolica per prendere dei vietcong. Quando è partito, hanno scoperto che erano i tizi sbagliati. Ero cattolico, pure, prima. Ho ucciso un centinaio di persone che stavano pregando.
Ha detto : Questa lastra d’acciaio fa male.
Ha detto : Ho ucciso Mien, anche. Aveva solo quattordici anni, ma ne dimostrava ventuno. Le avrebbero servito da bere in qualunque bar del mondo.
Ha detto : Non ci credevo quando il comandante ha detto che stava fottendo l’operatore radio. Non potevo crederci.
Il comandante ha detto : Lei passa i codici ai vietcong.
Ha detto : E’ Charlie.
Il comandante era nero.
Il tuo innamorato ha detto : Lei è uno sporco negro, signore. Suo padre era nero, signore.
(Finché diceva signore, la cosa rimaneva tra loro due. Finché diceva signore, potevano venirne fuori entrambi.)
Il comandante ha detto : E’ tutto a posto. Capisco quel che provi.
Ha detto : Vuoi che me ne occupi?
Il tuo innamorato ha detto : Lo farò io.
Ti ha portata in un parco su una collina sopra Saigon.
Voleva baciarti il seno. Ha detto : Sei Charlie?
Hai tremato, sei illividita, giallolatte. Eri sua, bella.
Si è avvicinato, faccia contro faccia. Ha detto : Sei Charlie?
Hai detto : Tu – non sei di qui.
Ha tirato fuori il coltello e te l’ha piantato in gola. Ha tagliato la tua testa e l’ha portata al comandante. L’ha buttata giù sulla sua scrivania. Ha detto : Se mai dovesse scoprire che mi ha indicato la ragazza sbagliata, non mi dica niente, sporco negro figlio di puttana, signore.
Ha detto : La lastra di acciaio mi fa male.
12/03/05
Nella McSweeney’s Enchanted Chamber of Astonishing Stories a cura di Michael Chabon, c’è un racconto di Stephen King. Pare che faccia parte di un romanzo più ampio che s’intitolerà Lisey’s Story. Il racconto ha una trentina di pagine ed è diviso in sei parti. Qui sotto troverete, l’inizio e la fine – tocca a voi immaginare che cosa succede nel mezzo.
Lisey e il pazzo
di Stephen King
I.
Le mogli di noti scrittori sono quasi invisibili; nessuno lo sa meglio di Lisey Landon, che ha dato una sola vera intervista nella sua vita. Era per quella nota rivista femminile che pubblica la rubrica “Sì, ho sposato Lui!” Praticamente metà delle sue cinquecento parole, le ha spese a spiegare che il suo nome (in realtà, un nomignolo per Lisa) fa rima con “Sissì”. Quasi tutta l’altra metà aveva a che fare con la sua ricetta di manzo arrosto a fuoco basso. Sua sorella Amanda, che sapeva essere cattiva, le disse che, sulla foto che accompagnava l’articolo, sembrava più grassa.
C’era un’altra fotografia, una che apparve prima sul Nashville American, poi sui giornali di tutto il mondo generalmente sotto il titolo EROICO STUDENTE SALVA SCRITTORE FAMOSO o variazioni intorno al tema. Su questa foto, si vede un ventenne o poco più che regge la maniglia di una vanga così piccola da sembrare un giocattolo. Il giovane la sta guardando e, dalla sua espressione basita, si potrebbe inferire che non ha la minima idea di che cosa stia guardando. Potrebbe essere un obice d’artiglieria, un bonsai, un rilevatore di radiazioni o un maialino con una fessura sulla schiena per le monetine. Potrebbe essere un battocchio di quelli là, un cappello a campana tutto pelliccia di coyote, o un filatterio che attesta la parola pompatus. Un uomo vestito con qualcosa che somiglia a una divisa da polstrada fasulla (niente pistola, c’ha il suo bel cinturone Sam Browne che gli attraversa il petto e un grosso distintivo, pure) sta stringendo la mano libera del giovane stupito. Lo sbirro – deve essere uno sbirro di qualche tipo, con o senza pistola – ha un enorme sorriso da sialodatoilsignore stampato sul grugno, il tipo di ghigno che dice : Ragazzo, non dovrai mai più pagarti un bicchiere in un bar dove ci sono io, finché saremo vivi entrambi, con l’aiuto di dio, amen. Sullo sfondo, e perlopiù sfocata, gente che guarda con un’espressione da che-cavolo-è-successo sulla faccia.
E nonostante migliaia, forse anche millioni di persone, abbiano visto questa fotografia, che negli anni è diventata famosa quasi quanto quella di Lee Harvey Oswald mortalmente ferito che si stringe la pancia, nessuno ha mai notato che su questa foto c’è anche la moglie dello scrittore.
Sì. C’è, davvero. Almeno una parte.
Sull’estremità di destra. Quasi a metà, partendo dal basso.
Se si guarda da vicino (una lente d’ingrandimento aiuta) si vede una mezza scarpa. Un mezzo mocassino marrone. Un mezzo mocassino di pelle, per l’esattezza, con un tacco basso. Diciotto anni dopo, Lisey Landon si ricorda ancora quanto erano comode, quelle scarpe, e come si mosse veloce con quelle scarpe quel giorno. Più veloce del fotografo premiato, di sicuro. E non aveva visto il vigilantes stupito o il giovane stupito – Tony, si chiamava. Per niente. No, in quel momento, non li aveva visti. Ma prima sì, e certamente dopo, sulla fotografia. E come l’aveva fatta ridere. Come la fa ridere tuttora. Perché le mogli di noti scrittori sono quasi sempre invisibili.
***
VI.
Dopo essersi registrata al Greenview Motel e prima di avviarsi verso l’ospedale distante un chilometro per visitare suo marito, Lisey Landon va nel bagno. Ci sono due bicchieri sulla mensola sopra il lavandino, e sono quelli buoni, non di plastica. Li mette entrambi nella borsa, attenta a non guardare nessuno dei due mentre lo fa. Sulla strada per l’ospedale li tira fuori, uno per uno, sempre senza guardarli, e li butta nella pattumiera. Il rumore che fanno frantumandosi la fa sentir bene, ancora meglio del rumore della lama della vanga che incontra prima la pistola e poi la faccia di Blondie.
05/03/05
L’ultimo libro di Amélie Nothomb è uscito in autunno dell’anno scorso e s’intitola Biografia della fame (Quarta di copertina, quattro parole : “La fame sono io”). Mah, suppongo che dovrebbe uscire in Italia fra poco, da Voland, come tutti i precedenti. E’ un’autobiografia, sì, dove vengono ripresi in ordine cronologico i vari episodi da cui sono stati tratti i romanzi. In Metafisica dei tubi, una bambina raccontava i suoi primi anni in Giappone. Anche Amélie Nothomb ha passato i primi anni in Giappone ma, figlia di diplomatico, il paradiso terrestre le è stato tolto all’alba dei cinque anni. Destinazione : la Cina della Rivoluzione culturale (dove si svolge Sabotaggio d’amore). In anteprima per i lettori di Blogdiscount, alcune pagine sulle fantasie geografiche della bambina esiliata, dopo che ha chiesto a suo padre : “Quando torniamo a casa?” e lui ha risposto “Mai.”
Mai era il paese dove abitavo. Era un paese senza ritorno. Non mi piaceva. Il mio paese era il Giappone, lo avevo scelto, ma lui non mi aveva eletta. Mai mi aveva designata: ero cittadina dello Stato di Mai.
Gli abitanti di Mai non hanno speranza. La lingua che parlano è nostalgia. La valuta è il tempo che passa : sono incapaci di metterne da parte, e la loro vita si sperpera nell’andare verso un baratro che si chiama la morte, capitale del loro paese.
I maiensi sono grandi costruttori di amori, amicizie, scritture e altri edifici strazianti che già contengono la propria rovina, ma sono incapaci di costruire una casa, una dimora o qualunque cosa somigli a un alloggio stabile e abitabile. Eppure, per loro, nulla pare degno di essere concupito quanto un mucchio di pietre che sarebbe il loro domicilio. Una fatalità gli sottrae questa terra promessa appena credono di averne la chiave.
I maiensi non pensano che la vita sia crescita, accumulazione di saggezza, di ricchezza e di esperienza: sanno sin dalla nascita che la vita è diminuzione, dispersione, esproprio, smembramento. Viene dato loro un trono solo perché lo perdano. I maiensi sanno dall’età di tre anni ciò che la gente degli altri paesi a malapena sa a sessantatre anni.
Non bisognerebbe dedurne che gli abitanti di Mai sono tristi. E’ vero il contrario : non c’è popolo più allegro. Minime briciole di grazia inebriano i maiensi. La loro propensione a ridere, a rallegrarsi, a gioire non ha esempi sulla terra. Sono così abitati dalla morte che hanno un appetito delirante della vita.
L’inno nazionale è una marcia funebre, la marcia funebre è un inno alla gioia: è una rapsodia così frenetica che la semplice lettura dello spartito fa fremere. Eppure i maiensi ne suonano tutte le note.
Amélie Nothomb, Biographie de la faim, Albin Michel, 2004, pp. 84-86
26/02/05
Per i gentili lettori di Blogdiscount, ma soprattutto per Marco e Rebecca, ecco la traduzione di un racconto inedito in italiano (credo) di quel genio di Donald Barthelme (nell’attesa del superquiz domenicale della nostra musicologa).
Il primo disastro che la bambina ha combinato…
di Donald Barthelme
Il primo disastro che la bambina ha combinato è stato di strappare le pagine dai suoi libri. Quindi abbiamo stabilito una regola : ogni volta che strappava una pagina di un libro doveva stare chiusa in camera da sola per quattro ore. All’inizio strappava sì o no una pagina al giorno e la regola funzionava abbastanza bene, nonostante il pianto e le urla dietro la porta chiusa facessero venire i nervi. Abbiamo ragionato che questo era il prezzo da pagare, o parte del prezzo da pagare. Ma poi, a mano a mano che migliorava la sua presa, cominciò a strappare due pagine alla volta, il che significava otto ore chiusa in camera da sola, raddoppiando così la noia per tutti quanti. Ma non voleva smettere. Poi, col passare del tempo, sono arrivati giorni in cui strappava tre o quattro pagine, cosa che la confinava in camera per non meno di sedici ore al colpo, interferendo con un’alimentazione normale e preoccupando mia moglie. Ma sentivo che se hai fatto una regola, ti ci devi attenere, devi essere coerente, altrimenti loro si fanno idee sbagliate. Lei aveva circa quattordici o quindici mesi a quel punto.
Spesso, naturalmente, si addormentava dopo un’ora o due di strilli, ed era un toccasana. La sua stanza era molto carina, con un bel cavallo a dondolo di legno e praticamente un centinaio di bambole e di animali di pezza. C’erano un sacco di cose da fare in quella stanza se passavi il tempo da brava, puzzle e cose del genere. Purtroppo a volte quando aprivamo la porta, scoprivamo che aveva strappato più pagine da più libri mentre era dentro, e quelle pagine si dovevano aggiungere al totale, per essere onesti.
Il nome della bambina era Nata ballando. Abbiamo servito al bebè un po’ del nostro vino, rosso, bianco e nero, e le abbiamo parlato seriamente. Ma non è servito a niente.
Devo dire che stava diventando davvero in gamba. Ti avvicinavi, dove stava giocando per terra, in quei rari momenti in cui era fuori dalla sua stanza, e c’era un libro lì, aperto accanto a lei, e lo esaminavi e sembrava perfettamente a posto.
E poi lo guardavi più da vicino e trovavi una pagina che aveva un angolino strappato, sarebbe potuto facilmente passare per un normale segno di usura ma io sapevo che cosa aveva fatto, aveva strappato quell’angolino e se l’era ingoiato. Allora questo doveva contare, e infatti contava. Sono pronti a qualunque cosa pur di contraddirti.
Mia moglie diceva che forse eravamo troppo rigidi e che la bambina stava perdendo peso. Ma io le facevo notare che il bebè aveva ancora una lunga vita davanti a sé in un mondo dove ci sono gli altri, in un mondo dove ci sono tante tante regole, e se non puoi imparare a giocare secondo le regole, sarai lasciato nell’angolo senza una buona parola, evitato e emarginato da tutti quanti. Il periodo più lungo in cui l’abbiamo lasciata in camera sono state ottantotto ore consecutive, ed è finito quando mia moglie ha scardinato la porta con una leva, anche se la bambina ci doveva ancora dodici ore perché stava facendo fuori venticinque pagine. Ho risistemato la porta nei cardini e aggiunto una grossa serratura, una che si apriva solo se metti una carta magnetica in una fessura, e ho tenuto io la carta.
Ma le cose non miglioravano. Il bebè usciva dalla sua camera come un pipistrello dall’inferno e si precipitava sul libro più vicino, Buonanotte Luna o quel che era, e cominciava a strapparne le pagine a tutta birra. Voglio dire in dieci secondi c’erano trentaquattro pagine di Buonanotte Luna per terra. Più le copertine. Ho cominciato a essere un po’ preoccupato. Quando facevo la somma dei suoi debiti in termini di ore vedevo che non sarebbe uscita dalla sua stanza prima del 1992, se andava bene. Inoltre era parecchio smunta, d’aspetto. Non era stata ai giardinetti da settimane. Ci trovavamo più o meno con una crisi etica sul gobbo.
L’ho risolta dichiarando che andava bene strappare le pagine dai libri, e per giunta, che andava bene aver strappato pagine dai libri nel passato. Questa è una delle cose che danno soddisfazione nel fare i genitori, hai un sacco di mosse a tua disposizione, ognuna oro colato. Io e la bambina stavamo felici seduti per terra, uno accanto all’altra, a strappare pagine dai libri, e a volte, solo per divertimento, uscivamo per strada e sfasciavamo un parabrezza insieme.
(”The first thing the baby did wrong…” da Overnight to Many Distant Cities. New York: Penguin, 1983)
Preso di peso, e tradotto come veniva, da qui
(Prego, fatemi il culo, scatenatevi sulla traduzione, correggerò ove colto in flagrante.)
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