B l o g d i s c o u n t . o r g
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14/09/05
Houellebecq in menopausa
:: di Antonio Bois

ebbene sì, l'ho comprato La possibilità di un’isola esce oggi in Italia. Chi si aspetta un’interessante esplorazione s-f del tema clonazione ci metta una pietra sopra. No, la storia del libro è la vita di un comico di successo, Daniel, che, come Houellebecq, ormai miliardario vive ad Almeria in Spagna, ha avuto un figlio dalla prima moglie, è insieme cinico e romantico (e giù una citazione di Baudelaire). Sulla cinquantina, s’innamora di una ventenne del luogo, tale Esther, che è brava a letto e troia mica male (per esempio, quando vanno al bar a prendere un aperitivo, lei gli fa un pompino sotto il tavolo tranquilla davanti a tutti. Arriva il barista con l’ordinazione, le sorride – happy hour? – lei, cortesemente ricambia, poi si rimette all’opera). Esther è un tipo sensibile perché ha sofferto da piccola, solo che non può durare, ovvio, e lo lascia.

La tesi principale è che la nostra vita è un’aporia. Apocché? Aporìa: “difficoltà logica insolubile”. E ce li svela pure, “i parametri dell’aporia”, l’autore: la vita è fatta male, ecco cosa c’è.
“La giovinezza era il tempo della felicità, la sua unica stagione; nel condurre una vita senza impegni e spensierata, parzialmente occupata da studi poco impegnativi, i giovani potevano consacrarsi senza limiti alla libera esultazione dei propri corpi. Potevano giocare, ballare, amare, moltiplicare i piaceri.”

Eeeeeh, magari.

“Potevano, alle prime ore del mattino, uscire da una festa in compagnia dei partner sessuali che si erano scelti e contemplare la lugubre coda degli impiegati che andavano a lavorare. Erano il sale della terra, e a loro era dato tutto, tutto era permesso, tutto era possibile.”

Ma quando mai? Però, sì: che brutto non andare più in discoteca.

“Più tardi, quando avrebbero fondato una famiglia, nell’entrare nel mondo degli adulti, ne avrebbero conosciuto le pene, la fatica, le responsabilità, le difficoltà dell’esistenza; avrebbero dovuto pagare le tasse,” (una bella maledizione, pagare le tasse) “assoggettarsi a formalità amministrative,” (io, i moduli, non li sopporto) “senza smettere di assistere, impotenti e vergognosi, al degrado irrimediabile, prima lento poi sempre più rapido, del proprio corpo;” (brrrr!) “avrebbero dovuto mantenere i figli soprattutto, come nemici mortali in casa, coccolarli, nutrirli, tormentarsi per le loro malattie, assicurare i mezzi della loro istruzione e dei loro piaceri, […] sarebbero rimasti fino alla fine schiavi della loro progenitura, il tempo della gioia era del tutto finito …”

Io propongo l’infanticidio come soluzione morale.

“Da quella vita dolorosa, segnata dalla vergogna, ogni gioia sarebbe stata spietatamente bandita. Appena avrebbero voluto avvicinarsi al corpo dei giovani, sarebbero stati cacciati, respinti, votati al ridicolo, all’obbrobrio, e, ai giorni nostri, sempre di più all’incarcerazione.”

E, anche il sesso libero con le dodicenni, propongo come soluzione morale.
Aspetta, ma qua c’è un’aporia.
Se l’infanticidio è libero, le puberi e le Esther, da dove saltano fuori, poi?

“Il corpo fisico dei giovani, unico bene desiderabile che il mondo sia mai stato in grado di produrre, era riservato all’uso esclusivo dei giovani”

Cioè il mondo produce dei mali (i bambini e le vecchie) e una cosa buona (le ventenni bocchinare). Bisognerebbe trovare il modo di eliminare i mali, mantenendo il buono. Houellebecq, come soluzione, i suoi “neoumani” li fa nascere per clonazione a diciotto anni, ok, ma gli toglie il sesso e perfino il buco del culo. Certo che così, non se ne uscirà mai.

“e la sorte dei vecchi era di lavorare e di patire.”

Embe’?

“Questo era il senso reale della solidarietà tra generazioni : consisteva in un puro e semplice olocausto di ogni generazione a beneficio di quella chiamata a sostituirla, olocausto crudele, prolungato e privo di ogni consolazione, ogni conforto, ogni compensazione materiale o affettiva.”

Ammazza, che triste, non c’avevo mai pensato.

Però, adesso, Houellebecq ha 49 anni e capisco che il climaterio è un brutto momento. Ma sono un po’ troppe, 489 pagine di lagne, con la voce depressa della casalinga in piena sindrome da nido vuoto. Altro che Schopenhauer della nostra epoca. Altro perfino che “Zaratustra delle classi medie”. Daniel a me fa piuttosto venire in mente un Pippo Franco colpito da malinconia stuporosa.
Liala neo-darwinista, Houellebecq ci racconta che gli uomini e le donne sono delle brutte scimmie, e meno male che ci sono i cani, che valgono molto meglio.
Patetico poeta, narratore debole (la storia dell’uomo imperfetto e del robot o clone geloso [mettere una crocetta] della caduca carne / degli impuri desideri / della fallibile memoria degli umani, l’abbiamo già letta raccontata meglio), è un qualunquista brontolone che nemmeno un celodurista di Busto (Arsizio). Eppoi scrive da cani (oops) (oh, le descrizioni di paesaggi con “le nuvole seriche” e “i baluginii di luce” peraltro “opalescente”…).

Comunque, tutta colpa della mamma che non gli voleva bene (dice).




28/05/05
“Questa è un’orgia, mamma”
:: di Antonio Bois

Mentre Marco andava a sentire e vedere Melissa P. in carne ed ossa (fortunatello), io dovevo ripiegare sull’oggetto sostitutivo, il libro .
Mmmh, vediamo, 138 pagine, corpo da disabled reader, margini enormi, direi a occhio e croce che sarà una questione di tre quarti d’ora. Ecco il diario della mia lettura :

Uh, non si capisce tanto bene qui. Allora la mamma prende l’aereo, subito dopo Melissa prende l’aereo anche lei. E’ sfortunata, càpita subito su un impiegato cerebroleso (anche se lei non se ne accorge) :
“- Un biglietto solo andata per Roma, ho detto. L’uomo dell’agenzia di viaggi mi ha guardata e mi ha sorriso: - E dove vai questa volta?”
(a Roma, no? uff)

Catania prima della partenza. “Catania inghiotte.” “Io sono un essere profondamente catanese.”
Melissa è a Roma. Quando va a fare la spesa deve passare davanti al Colosseo che non le piace.
Il suo ex. Cioè il suo ex di adesso. Stava con lui. Prima di Thomas. Si chiamava Claudio ed era più vecchio. Sposato anche.

A quattro anni, mentre sta guardando Lady Oscar in tv, suo padre le infila un dito nella vagina (va be’, io sono brutale, mentre lei è poetica : “Dallo stelo di un fiore gocciola del sangue”)

Melissa ha un’allucinazione, vede le sue ovaie perché è diventata trasparente. Al ché si ricorda quando era piccola, i viaggi nell’utilitaria con mamma e papà. Il papi le compra un diario, ma poi, dopo aver scritto cinque pagine si stufa. “Odiavo scrivere qualcosa privo di senso.” Ma si ripromette di riprovarci.

Thomas “ha ventre e seni materni.” Ah.

Insofferenza davanti alla falsità del successo. Vuole che Thomas la porti via lontano dalla pazza folla.
Gelosia. “Ho la testa così piena di pensieri che pare essere vuota. Sono satura di felicità, la felicità mi demoralizza” “Questa è un’orgia, mamma. Un’orgia di sentimenti”.

Una notte con Thomas, lei vede fantasmi, lui la rassicura con “la sua schiena femminea”.
Si è innamorata di lui vedendolo durante una serata massaggiare la sua amica del momento con la sigaretta in bocca, lui, con “le ciglia quasi femminee” (e dàje).
L’ex le sta sempre più seriamente sulle palle. Ma attenzione, non lo odia, no no, lo detesta. Che è un’altra cosa.

E’ nuda davanti al computer, nel palazzo settecentesco dove abita con Thomas. Tutto ciò le piace. Gironzola biotta per le stanze, poi lui la “possiede” sopra il lavandino. Qualcuno tossisce. E’ il fantasma della mamma.

Gli intellettuali, è “gente morta”.

Lei sente di avere la tenia (ma penso sia metaforico, perché dice che la tenia la ama).
Aborto spontaneo nel cesso, il feto le parla in siciliano, lei tira lo sciacquone. Thomas le regala un cane, ma lui non la digerisce, la storia dello sciacquone.
Gelosia. Melissa va a curiosare nel cellulare di Thomas. Nel mentre, le appare il fantasma della madre, in una scena molto matrix-like (ah ah), che le dice che fa bene.
Ecco, lo sapeva, c’è una che si chiama Viola, porca miseria.
Gelosia, recriminazioni : “E’ come se la consapevolezza del mio sesso si sia ritirata e stia cominciando a sfaldarsi. Non ho più voglia di innamorarmi dentro di lui.”
Viola è la commessa del negozio di animali dove Thomas le ha comprato il cane. Non è bella, ma ha grosse tette.

Vari capitoli con fantasmi, scrittura, amore e morte, ma tutto vago.

Da piccola, parlava con la Madonna. Allora l’hanno mandata dai dottori che hanno detto che “doveva mettere a frutto la sua pazzia per liberarla.”
Ricordo d’infanzia. La mamma le insegna che le libellule, bisogna spiaccicarle perché ti fanno le magie.

Gelosia. “Io ho il diritto di cedere all’istinto.” Ingoia la donna-libellula (non so cosa significhi, vi sto solo raccontando). Permane il problema della tenia.
Marasma. Ma la mamma le fa leggere una lettera di una sua ammiratrice, certa Penelope. E dice che deve farla incontrare con Thomas e poi lasciare lui (ma che consigli del cacchio, le dà, ’sta madre! Non ascoltarla, Melissa).
Too late, l’ha ascoltata. Penelope e Thomas sono felici. Melissa è triste. Il fantasma della mamma le alita in faccia, allora Melissa muore (suppergiù).

ps1 : Per leggere Melissa, ho mollato Pincio, e non mi pento, ché mi stavo annoiavo mortalmente nel nulla. Almeno con Melissa ci si diverte.
ps2 : Io, se fossi Proserpina o Dandyna, m’incazzerei. Perché lei sì, e io no? Proprio non si capisce. Quindi, ragazze, coraggio, perseverate.




05/05/05
Facce da libro
:: di Rebecca Tomasevskij

Forse penserete che sono una bambinona, perché dietro ai personaggi di un romanzo, oltre alle loro stesse facce, immagino anche la faccia del loro autore, mentre li osserva, li descrive, li fa agire. Ecco perché detesto quando viene stampata la sua foto in quarta di copertina: mi rovina parte del gusto. Ecco anche perché provo un certo fastidio a prendere in mano i cosiddetti classici, il cui autore ha un viso per lo più noto, grazie alle immagini sulle antologie scolastiche.
Ad esempio, Jane Austen. Ma voi riuscite ad abbinare quella faccia da pettegola incarognita e paesanotta - pure un po’ scema - con l’intelligenza e l’acume delle sue opere? Io faccio una fatica incredibile. Infatti, più o meno dopo una decina di pagine, ecco comparire di fronte a me l’aspetto timido e delicato, lo sguardo vispo e divertito (altro che quelle borse da sessantenne), il sorriso enigmatico mezzo accennato, tipo Gioconda (altro che quella riga storta ed arcigna) della giovane ed intraprendente nobildonna ottocentesca.

Oggi vorrei fare un gioco. Descriverò qui sotto le facce di alcuni autori di cui non ho mai visto foto, ologrammi, disegni, caricature, dipinti o quant’altro in precedenza (alcuni di essi sono piuttosto famosi, non allarmatevi per la mia ignoranza), come le immagino io, e voi, che le conoscerete di sicuro, mi direte quanto sono lontana dalla realtà.

Stephen King: corpulento ma non grasso, coi capelli castani, poco stempiati, e la barba rossiccia, il sorriso a denti giallognoli cordiale e sempre aperto. Ha il naso a punta e i pori dilatati sulle gote.

Dave Eggers: diciassettenne super figo, coi capelli neri volutamente spettinati, e la carnagione palliduccia (immagine ancora un po’ vaga, sì).

Amelie Nothomb: capelli biondo scuro, mossi, acconciati sotto alle orecchie come usavano negli anni ’20, corporatura minuta, tailleur verde militare (non chiedetemi perché), due profonde rughe d’espressione agli angoli della bocca.

John Grisham: sorriso perfetto da pubblicità del dentifricio, naso dritto, occhi svegli, corporatura atletica e asciutta, da persona che fa jogging ogni mattina, dolcevita bordeaux con pantaloni di velluto marrone, capello folto e brizzolato con ciuffo a destra.

Gustave Flaubert: il sosia di Alessandro Volta, esattamente com’era ritratto sulla banconota da 10.000 lire, qualche anno fa (stesso colorito azzurrognolo).

Arthur Schnitzler: basso e grassoccio, mezzo calvo, con un riporto nero ed untissimo, sudaticcio in fronte, guance cascanti, mani tozze con le dita storte.

Scrittori di stile colloquiale: se sono femmine, i cloni di Dolcenera. Se sono maschi, hanno i capelli ricci e semi-corti oppure informi e lunghetti, il pizzetto o la barba e sono vestiti da fricchettoni (pantaloni scoloriti, giacca di velluto a coste, canna).

La delusione più grande della mia vita, riguardo alla somiglianza tra idea e realtà, è stata Wilbur Smith. Non che fossi una sua ammiratrice, sia chiaro, tuttaltro (uno degli autori più pallosi mi siano mai capitati in mano). Ma vedere quella faccia da vecchio contadino unto e demodé, con tanto di camicia a quadri, in dimensioni quasi normali, sui cartelloni che tuttora pubblicizzano “Il trionfo del sole”, mi ha sconvolta. Soprattutto, mi chiedo, chi avrà più il coraggio di acquistare un suo romanzo, dopo aver visto com’è fatto?




07/04/05
Scontati al 15%
:: di Marco Spada

Non faccio in tempo a recuperare due euro per il carrello, “signor Spada! signor Spada!”, sento gridare dal reparto surgelati: è Marietto l’aiuto cassiere, uno sciancato mezzo matto che sta qui perché – dicono – sarebbe figlio naturale del vicedirettore, percorre tutto d’un fiato la corsia latticini, costeggia veloce il frigo delle carni, una curva a gomito che prende male, sbanda un tantino (saltano in aria un paio d’allarmatissime vecchine) ed è da me, che sto infilando i due euro nel carrello, si tiene le mani sulla pancia, tutto sudato e ansante, “signor Spada, signor Spada”.

La troppa confidenza che lo sciancato dimostra, lì sotto gli occhi di tutti (due racchie sui quaranta, ferme ai peperoni, ci guardano sbalordite), dandomi addirittura del “signor”, anziché del “dottor”, come gli ho più e più volte ripetuto, mi innervosisce non poco, perciò freddissimo, senza neppure degnarlo di uno sguardo, dico, “parla Mario, in fretta però che non ho tempo da perdere”, spingo il carrello verso il corridoio e gli schiaccio un piede con la ruota davanti, “auch”, faccio un’abile retromarcia e gli schiaccio l’altro, “auch”.

Marietto mi trascina per i reparti riso pasta biscotti cereali carta stracci assorbenti omogeneizzati, finché ecco, siamo arrivati, Marietto piange indicando la parete dei libri, quelli scontati al quindici per cento, quelli per intenderci dell’esperimento, si butta in ginocchio allacciandomi le gambe, “non è colpa mia signor spada lo giuro mi sono opposto volevo incatenarmici lo giuro signor Spada ho fatto di tutto lo giuro”, mi rovina i pantaloni appena stirati, tento di scrollarmelo di dosso, qualche pugno ben piazzato sulla testa, niente di più.

Dunque, che problemaccio, i libri sono stati sostituiti. E certo, direte voi, non se li comprava nessuno. Be’ sì, è vero, qui però tocca ricominciare daccapo, è una bella rogna.

Abbiamo scelto tre romanzi pubblicati di recente (nella prima versione dell’esperimento, no, non erano tutti romanzi), che presentiamo, qui di seguito, riciclando alcuni dei migliori commenti internetbookshoppiani. Ovviamente, siccome siamo buoni, e la vendita di questi libri, cosa credete, vogliamo promuoverla, abbiamo scelto soltanto commenti positivi.

Con le peggiori intenzioni
Sa scrivere e sa far provare emozioni. Che importanza ha se ha scritto tre volte ‘apotropaico’? La ripetizione è stata notata solo perchè la parola è inusuale. Nessuno ha contato quante volte ha usato una parola comune, come, che ne so, ‘famiglia’, ‘conto’, ‘fortuna’, ecc. ecc. Ha usato altre parole ricercate (a proposito: qualcuno mi spiega cosa vuol dire esattamente “cupio dissolvi” e “ecfrasi”?) e, in un’ epoca in cui prevalgono i linguaggi limitati di ‘veline’ e ‘ costantini’, ben vengano le parole difficili a ricordarci che l’ italiano è una lingua ricca!!
donata

Angeli e demoni
Mi è piaciuto tantissimo Forse di più del Codice da Vinci, anche se si assomigliano troppo. Comunque questa volta,la storia si racconta a Roma, cittá che mi appasiona moltissimo.È molto bello anche conoscere ed imparare cose degli monumenti,della loro simbologia. È pure una storia così avvincente che ti porta dentro il libro, e anche ti fa riflessionare su molte cose che la Chiesa ci ha sempre detto come verità assolute, e forse erano soltanto bugie per mantenere i fedeli…
MIRIAM

Memoria delle mie puttane tristi
il protagonista riscopre l’amore a un eta avanzata per una donna che poco piu di una bambina e da questo scaturisce la suo nuova cocezione di amore che va oltre a quello che era stata per lui fino ad allora che va oltre l’immediato bisigno di sesso ma sta anche nel piacere della compagnia di una ragazza e nel guardarla dormire comunque a chiunque leggesse la recensione consiglio vivamente di leggerlo perche ancora una volta il premio nobel Gabliel Garcia Marquez dimostra di essere un grande srittore sia dal punto di vista dell’espsizione dei sentimenti sia nell’uso di un linguaggio semplice e da tutti comprensibile
mattia

Ah, quasi dimenticavo, sul nostro flickr: anatomia scannerizzata, è apparsa una foto della fidanzata di Antonio (la pancia della fidanzata di Antonio), che ha pure aperto un blog, pensate, questo qui.




15/02/05
Piperno mon amour
:: di Marco Spada

Siete sempre dell’idea di aver letto molto di più sconvolgente nella vostra vita?

Alessandro Piperno, trentadue anni, professore di letteratura francese. Il suo corso non è gettonatissimo, di ragazzi che lo seguano ce ne sono pochini. Io l’ho sempre ammirato, davvero, mi fa impazzire, da quel giorno (lontano lontano), il nostro primo incontro, mattina presto era settembre in parcheggio, arrancava solitario con la pipetta penzolante - io estasiato ad ammirarlo - dietro di lui, una scia di bollicine.

In facoltà il basco quadrettato (clicca clicca) non lo porta mai. Tanto si capisce uguale che non ha capelli. Calvo. Calvissimo. Sul settimanale del Corriere è un’altra storia, migliaia di lettori di cui, cosa, il novantanove per cento non ne rivedrà altra fotografia, per cui oh, calcato sulla fronte bisogna ammetterlo fa una certa figura. Gli dareste, quanto, non più di quarantacinque anni.

Antonio Bois loves Piperno #1
E’ possibile che uno definito il “nuovo Proust” abbia scritto un brutto saggio su Proust quattro anni prima?
(Una pretenziosa risucchiata di Deleuze che ne semplifica i contenuti digeriti male, con l’aggiunta di una “ardita” tesi sull’antiebraismo di Proust, argomento stranoto, e certo non così biecamente esposto, da decenni di critica proustiana, nell’unico libriccino finora prodotto e pubblicato a pagamento. Incipit che uccide : “La pietà di Proust è un raggiro o un pretesto, alleata subdola dell’ovatta dello stile, del pertinace incanto melanconico, il tono suadentemente imperturbato alla Anatole France.”)

Come prof non è granché. Secondo D’Orrico, vestirebbe “divinamente”. Di fatto, giuro, non passava lezione senza che qualcuno (ritardato spiritoso) si rivolgesse al proprio vicino (ritardato ritardato) bisbigliando “cazzo c’ha addosso sto coglione”, e giù a ridere (cosa volete, a Lettere, basta poco). Un abbigliamento dunque un tantino distraente, a fini didattici perlomeno. Magari poi, chi lo sa, con le donne funziona (a-ehm). Volendo tacere delle storie che girano, tante di quelle storie che non vi dico, attorno alla sua pipa*.

Quanto a senso dell’umorismo Piperno fa un po’ pena, è uno di quelli - ne avrete certamente conosciuti - uno di quelli, sapete, di quelli che ci provano, si impegnano, si scervellano, sudano e ridacchiano pure (da soli), ma no poveri disgraziati non ne azzeccano una. Lui però, bisogna dirlo, non sembra curarsene più di tanto, e anzi, mostra fiero una sicurezza da superuomo, pose da golfista fine secolo (diciannovesimo) in pensione, “eleganza” la chiama D’Orrico, una goffa e stortignaccola imitazione, un gioco ridicolmente maldestro (la versione “lipidico-sfigato-occhiodapiccione-stropicciata di un oscar wilde Lobotomizzato In-Roma(parioli)” bisbiglia il ritardato semplice), anche se adesso che ha scritto questo romanzo, Con le peggiori intenzioni (Mondadori), chissà, può darsi che qualcuno (una donna!), magari, ci caschi.

Antonio Bois loves Piperno #2
E’ possibile che un romanziere che “è riuscito a mettere insieme qualcosa di Bellow, qualcosa di Roth, qualcosa di Capote” abbia scritto tre mesi fa un brutto saggio su Bellow, Roth, Nabokov?
(L’articolo apparso su Nuovi Argomenti, dove Piperno dà del padre spirituale a D’Orrico, è un riassunto dei temi bellowiani a livello maturità liceale, condito da una pioggia di luoghi comuni sulla letteratura americana e sulla stessa America : il marzo “lunatico”, gli scoiattoli di Central Park con “gli occhi stellati”, e soprattutto, sappiatelo, la vera differenza tra l’America e l’Europa sta nella “diversa quantità di cibo servita nei ristoranti”. Lo scribacchino si autoproclama “uno snob fin-de-siècle”? Diciamo un babbeo inizio-millennio.)

Ragazzotto della Roma bene, Piperno, uno che racconta storielle sul proprio analista, “freudiano classico”, uno che faceva equitazione fino alla spettacolare ma “provvidenziale” caduta da cavallo, uno che “da giovane ha girato il mondo ma non ne aveva voglia, era una fissazione familiare”, uno che ti viene quasi voglia di affibbiargli un vigoroso pizzicotto (sul capezzolo) e fargli PatPat sulla pelata, quando racconta, Piperno, lui che è tifoso laziale, “facinoroso, ai limiti del delinquenziale” (urca), di essere abbonato in tribuna Monte Mario.

E’ giovane, Piperno, e colto e al passo coi tempi, capace di citarvi Britney Spears e Saul Bellow in una stessa riga, sfrontato, ma anche perverso, scandaloso, ed è l’incipit del romanzo (”un pugno nello stomaco”, secondo D’Orrico), il malato di cancro che si domanda “potrò ancora scopare una donna o tutto finisce qui?”, l’uomo che si fa pisciare in faccia (poche pagine dopo), provocatore (pure), l’imbarazzo per la storia, i Salvati che si abbandonano a libidinose spregiudicatezze, l’isola lager per i froci, il testo Tutti gli ebrei antisemiti, colto e raffinato Piperno, sarà “il Marcel del duemila?”, si chiede D’Orrico. Ecco, ce lo chiediamo anche noi (la concorrenza, cavolo se è agguerrita).

Antonio Bois loves Piperno #3
E’ possibile che un nuovo Proust parli di sé con tanta malcelata megalomania e con l’ironia di un pre-adolescente esaltato?
“Mi verrebbe da dire che per quanto mi riguarda, io non parlo come un bambino, ma come un ottimo oratore, scrivo come uno scrittore tutt’al più promettente, ma se mi date un cuscino su cui sbattere la testa e un po’ di musica stucchevolmente commerciale riesco a pensare cose che non sarò mai in grado, ahimè, di poter scrivere! Sì, lasciatemi sbattere la testa sul cuscino a tempo di Last Christmas degli Wham in una notte burrascosa d’inverno, sotto dieci chili di piumone e farete di me un novello Einstein.” (Medecine Show novembre 2004)

Alessandro Piperno scrive su Nuovi argomenti. Il suo articolo Una buona ragione per suicidarsi (povero piccolo Franzen), risale ad un anno fa, circa. Ecco, quella chiusa di D’Orrico, “un romanzo che avrei voluto scrivere io”, aspettiamo domani (il debutto), giusto, ma insomma, non promette nulla di buono (e poi, veniteglielo a dire, ad Antonio, se è possibile).
Auguri.

*in breve: pare venga caricata con shampo anticaduta




27/01/05
Tradotto in bloglingua
:: di Antonio Bois

Stamattina, Gianluca Neri con un titolo davvero divertente e spiritoso, ha trattato dell’argomento scrittura, difendendo la santa semplicità contro l’oscura complessità. Si trattava di sfottere la scheda di presentazione del testo di due filosofi, Paolo D’Alessandro e Igino Domanin, consacrato alle tecnologie e alla scrittura, per l’appunto.

Raccolgo la sfida. Vi propongo una traduzione del passo (precedentemente pubblicato da Luca Sofri e Mantellini. E se non ci capiscono niente loro, eh, con tutta l’autorevolezza giornalistica e la cultura filosofica che li contraddistinguono, vuol proprio dire che è tutto da riscrivere).

Filosofia dell’ipertesto

Scopo di questo volume e’ interpretare filosoficamente il senso della esperienza culturale che emerge nel contesto interattivo e virtuale proprio dei nuovi media.

- Perché scrivo un blog?

Si cerca di cogliere le modalita’ attraverso cui la tecnica retroagisce sul pensiero che intende utilizzarla per manifestarsi;

- In fondo potrei scrivere un diario. Ma un blog non è la stessa cosa.

allo stesso tempo si pone il problema della genealogia della pratica filosofica, proveniente dai gesti di lettura e scrittura.

- Mi è sempre piaciuto scrivere i pensieri che mi passano per la mente, così come mi vengono, magari cose poetiche quando vedo un tramonto o tristi quando io e la mia ragazza abbiamo litigato.

Le tecnologie comunicative, in altri termini, sono indagate in relazione alla loro funzione costitutiva rispetto a quel che significa pensare.

- In generale scrivo in stampatello. Con il pc è più facile. E poi così c’è qualcuno che mi legge e mi risponde.

Ci si chiede, pero’, non tanto se si possa comunicare il pensiero, mediante il “contenitore” elettronico-digitale,

- Quindi racconterò qua tutte le cose per me importanti che mi succedono ogni giorno.

quanto piuttosto se si possa elaborare pensiero con il nuovo medium della scrittura elettronica.

- Non sono un intellettuale, uno che scrive complicato e se la mena.

Insomma, s’intende portare l’attenzione e la critica teoretica all’utilizzo del medium nelle sue specifiche caratteristiche,

- Qualcuno mi può dire che cos’è un aggregator? Poi chi mi farebbe un template che io non ci capisco niente di html?

e non semplicemente quale simulatore e riproduttore di scrittura alfabetica.

- Be’, a scuola avevo sempre la sufficienza in italiano.
Chissà, magari potrei anche pubblicare un racconto in un’antologia. Dopotutto, non scrivo peggio di tanti altri. Va be’, è un sogno nel cassetto.

ps : Ah, linko subito Trentamarlboro, Giulia Blasi e Proserpina, perché sono troppo forti, scrivono benissimo, fanno ridere e a volte parlano anche di argomenti seri.




11/01/05
#2 Occidente per principianti
:: di Antonio Bois

di Nicola Lagioia (Einaudi)

Quel che se ne dice: “Questo è il libro che parla di noi”.
Noi chi? Non noi tutti, come potrebbe sembrare, bensì : noi romani trentenni laureati.

Chi è il romano trentenne laureato (in discipline umanistiche)?
“Eccomi qua : l’apocrifo di un originale inesistente.”
“Entri all’università ispirato da un confuso moto ribellistico ereditato dal liceo, dalle tempeste ormonali in tragico riflusso, da un Sessantotto inesistente ridisegnato ad arte dagli ingegneri di una qualunque Warner Bros travestita da indie label.”
“Ero nato dopo il ’68, di conseguenza l’umanesimo non mi poteva appartenere.”
“Io ero privo di inconscio, come del resto la maggior parte dei miei coetanei.”

Dove vive?
“Roma non era diversa da un continuo stordimento che, al pari delle epidemie, andava irradiadandosi per movimenti circolari.”
“Mi abbracciò con l’enfasi degli studenti meridionali quando si riconoscono tra loro nei corridoi dei politecnici del profondo nord.”
“Ma un milanese, caro ‘l me gandula, per quale motivo dovrebbe venire a bersi un caffè nello Starbucks? […] - Per far finta di essere in Italia.”
“Non eravamo il paese di Hieronymus Bosch”.

Le sue certezze, i suoi punti fermi?
“Delitto e castigo, Guerra e pace, Il rosso e il nero. Tutti e tre sono dominati dalla figura di Napoleone.” (Che liceo ha fatto, Lagioia?)
“Le donne odiavano il jazz.” (Certo. E non sanno guidare)
“Torna di moda il nero. Il cielo è sempre più blu. Diventa rosa anche il ricordo di Dachau.”

Quante mani ha?
“Fui svegliato da una telefonata … Avevo Zelda nel letto. Le tenevo una mano tra le gambe. Con l’altra mano cercavo di sintonizzarmi su un notiziario… Iniziai a grattarmi la testa.”

Finisce nel settembre 2001, naturalmente. Ma nonostante tutto, nonostante la trama inetta, nonostante il personaggio femminile stereotipato, nonostante la lisissima struttura narrativa viaggio-nella-penisola dove tutta la penisola sembra Roma (anche se a Milano si aggiunge qualche parola di dialetto : ma chi lo dice ancora, gandula?), ci sono alcune pagine caustiche per le quali, be’, sì, Occidente per principianti si può leggere.

La prima puntata, Occidente per piccini, è qui.
La settimana prossima, terza e ultima : Occidente per intenditori.




15/12/04
Di tutto, tranne che dei racconti
:: di Marco Spada

“boh, ce so passato per caso, pensavo se parlasse di un libro”

Lui si preoccupava che la cosa non fosse stata adeguatamente pubblicizzata. Anzi, lamentava che non fosse stata pubblicizzata affatto. Eh sì, questi obsoleti uffici stampa, quelli che vengono pagati per fare un mestiere che non fanno, il libro che deve essere conosciuto dai non blogger, gente che si fa milleduecento chilometri perché crede in qualcosa che ha fatto e ne vuole parlare (dice lei), cose così, insomma, non lo si può certo biasimare, povero lui.

E ieri, tu guarda, nonostante il tentativo di riparare in extremis, di gente ce n’era pochina, alla Casa delle Letterature. Che bel silenzio, la sala vuota per metà, e lo schermo ultrapiatto che trasmetteva all’esterno (corridoio) le immagini della presentazione (omino brizzolato alla camera - record: uno sbadiglio ogni trenta secondi), per il solo piacere di un’impiegata della biblioteca (lo so perché sono andato due volte a fare pipì), tutta concentrata nello sforzo di mantenersi sveglia, leggiucchiando un quotidiano, be’, faceva un po’ ridere.

A presentare l’antologia, questa volta, è Marino Sinibaldi, la voce di fahrenheit, per intenderci. Ci scaldiamo con un siparietto sull’utilizzo del microfono. Loredana insiste, e lui, simpatico:
- Che lo uso a fare, non c’è nessuno.
Ma Loredana, si sa, è una che a certe cose ci tiene. E alla fine, sparpagliati in una stanza non più grande di uno scompartimento intercity, possiamo godere di un audio da stadio.

Loredana, lei, è bellissima. Come sempre, da vera supereroina, mantiene inalterato il suo look, e quella giacchetta corta di pelle nera, e quel caschetto cotonato multicolore, sono sicuro, entreranno a pieno diritto nella storia dei blog.

Sinibaldi introduce, e non è male, Sinibaldi, peccato che la prenda un po’ troppo alla larga, è uno che studia, Sinibaldi, è chiaro, ha preso appunti nel pomeriggio, tiene aperto un quadernetto celeste ad anelli (Buffetti 3.50 euro) e ci racconta del rapporto tra blog e potere, del blog come realizzazione dello scontro di matrice femminista relazioni vs potere, cita Nabokov Sinibaldi, sapete no quello di Lolita bravi, e gli dà pure dello scarso, è uno che c’ha le palle che gli fumano questo Sinibaldi, e noi siamo tutti interessatissimi, io addirittura ricomincio a pensare alla morte (non mi succedeva da due settimane), ed è felice di essere lì con noi, Marino, si vede, quando conversa amabilmente con Loredana, ha gli occhietti luccicanti, Loredana che possiede l’incredibile capacità di non rispondere mai alla domanda che le viene posta, ma ad un’altra, sempre la stessa però, che deve essersi posta da sola, forse poco prima, mentre sistemava il trucco in bagno.

Sinibaldi usa parole difficili, l’ho detto, è uno che studia, uno che usa la parola precipuo un paio di volte nel giro di cinque minuti, ma deve stare attento, c’è sempre il rischio di non farsi capire, e se poi a non capire è il proprio interlocutore, e magari si tratta di una donnina che, si presuppone, dovrebbe pure farci una discreta figura, insomma una che scrive libri caspita, dovrebbe andarci cauto Marino, ed evitare parole straniere come parcellizzazione, sì avete capito p-a-r-c-e-l-l-i-z-z-a-z-i-o-n-e (ah sì, vi ricorda l’esame di storia contemporanea, ottimo), la situazione potrebbe farsi imbarazzante, come quando la povera Eloisa, disorientata, chiede:
- Cos’è che intendi per parsciellirsazione, che ci occupiamo di cose di tutti i tipi?

Sinibaldi poi esagera, va bene fare domande difficili a Loredana, ma i giovani autori, cavolo!, poteva risparmiarli, il prof incazzoso che interroga tutta la classe, uno per uno, alla cattedra, ecco cosa sembrava (o meglio, così sembravano viverla loro, i giovani autori), e quando tocca a Violetta, mi dico, Ora lo manda affanculo Ora lo manda affanculo Ora, e invece niente, perché Violetta aveva un bel discorsetto già pronto, e perfetta nel ruolo di simil-Loredana, ignora la domanda e ci spiega dei suoi mille impegni con riviste di ogni genere, della rivista Rolling Stone per cui lavora attualmente e del suo racconto che in realtà era parte di un racconto più grande e di come le piacciono le storie inusuali proprio come la sua di cui è molto soddisfatta che racconta di quel tossicodipendente che lavora come attore in una soap opera.

A circa metà serata noto che:
- due o tre persone stanno dormendo
- quel tizio in ultima fila il cui cellulare è squillato già un paio di volte (alla moglie: “Boh, ce so passato per caso, pensavo se parlasse di un libro”) si sta scaccolando rabbiosamente e, sorpresa (comincio a vedere appannato), lo trovo terribilmente somigliante a Jabba
- le ragazze al mio fianco fanno strani gesti in direzione di Shoegazer, si divertono tantissimo, forse lo prendono in giro, ma io non capisco
- la vecchia che, poco prima, gentilmente con un filo di voce mi aveva chiesto “Potresti per cortesia indicarmi quale tra loro è Terzani?”, proprio quella vecchia, ora, riversa sulla sedia, sembra morta
- anche il mio piede sinistro sta dormendo.

Gomitolo e Shoegazer hanno le spillette sul bavero della giacca rigorosamente di velluto. Ebbene sì, e poi non dite che blogdiscount.org non funziona: l’avevo detto io, a Shoegazer, di usare il velluto, e lui, bravo bravo bravo, ubbidisce. Quando Gomitolo prende a spiegarci cos’è che significa indie, Sinibaldi (dopo una cert’ora, lo ha detto lui, non c’è più con la testa) azzarda una battuta:
- Indie? credevo stesse per indi-per-cui.
Shoegazer, seduto nei pressi, ride, o finge di ridere (tutto sommato, direi la prima). Non dice granché, Shoegazer, non ne ha bisogno, ha imparato una nuova parola, dev’essere successo pochi giorni fa, si sente, ce l’ha fresca fresca sulla lingua, freme, vuole usarla a tutti i costi, la parola è: mainstream. Riuscirà a pronunciarla un paio di volte soltanto, però, bisogna dargliene atto, non che ne abbia dette altre.

E poi, vi informo che questa sarà l’ultima presentazione di cui troverete notizia, qui su blogdiscount.org, perché tanto, con un pubblico di quindici persone, dieci che si conoscevano, due vecchie sopra i novanta, una bambina bellissima dai capelli color miele e un signore grasso identico a Jabba, volete che non mi abbiano individuato, ed io, vigliacco timido agorafobico come sono, figuratevi se posso rischiare di scambiare due parole, in futuro, con Shoegazer o Eloisa, che poi, a ben pensarci, potrei sempre incontrarli sull’autobus, al bar, in libreria, al cinema, in piscina, oddio, Shoegazer in piscina, in costume, mezzo nudo, oddio, mi vengono i brividi.




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