20/12/05
E siccome il blog poverino funziona potremmo dire freudianamente in una situazione di un qualche certo malessere e noia e insoddisfazione e appunto con il Santissimo Natale si è tutti come rinfeliciti e riallegriti e rimpinzati per benino di speranza e promesse di ogni genere e con tutte queste giornate di vacanza meravigliosamente quasilibere è ovvio insomma e comprensibilissimo che non se li fili più un cane i blog, che ce li si dimentichi proprio, tutti felicissimi a smettere di farli e di leggerli.
Però il blogger quello vero a un certo punto non soltanto avverte questi strani rumorosi e malinconici dolori alla pancia che subito attribuisce com’è tipico all’astinenza di qualcosa a lui molto caro e capita che si svegli improvvisamente nel cuore della notte tremando Oh cielo non ho niente per oggi! (e poi Fiuuu dopo che si è calmato – col pc già acceso però e la connessione pronta e già mezza fittissima pagina word sulla prima cosa che gli veniva in mente, la lampada da tavolo pieghevole – Ah fiuuu no oggi per fortuna niente è la Vigilia) non soltanto ma il blogger quello vero non smette un secondo nemmeno il primo giorno di vacanza nemmeno durante il cenone o la tombola e anzi soprattutto in casi tanto pittorescamente folkloristici, non smette un attimo di prender su diciamo così scorte e scorte per il dopo epifania, per quando si torna.
- si mangia un sacco
- le partitone a mercante in fiera
- la nonna ubriaca
- nevicate da record
- regali che delusione |
E il blogger diciamolo una volta per tutte è handicappato in confronto agli altri parenti e amici e non riesce mica a goderseli pienamente e in modo davvero rilassato e sereno questi giorni qui che meriterebbero di essere invece di una pace e amore e gioia esemplari e totalizzanti, e non perché appunto sia sempre attentissimo a vedere dentro questo o quello per trovarci se possibile qualcosa di interessante ma proprio perché appunto poverino il blogger più di chiunque altro si rende conto ed è messo di fronte a questa terribile schiacciante verità che non c’è proprio un piffero che sia interessante nel suo squallido e comunissimo Natalino da quattro soldi e che se poco poco c’era un anche solo un minimo gusto nel farne provvista la prima volta del suo primo anno di blog e magari riprovarci magari anche il secondo anno cambiando punto di vista (la stella sull’albero, la palla, il festone) ma poi sul serio a scavare come matti non c’è più da trovarci più un bel niente se non la verità, spaventosa, o al massimo giusto qualche briciolina se succede qualcosa di molto inconsueto ed eccezionale, ed è questa una scoperta per cui nasce nel blogger piano piano col passare degli anni questo sentimento non bene identificato all’inizio ma che si può subito notare da uno sbrilluccichio colore rosso fuoco degli occhi, tipo, a me per dire è successo un paio di anni fa con mio cugino grande intorno alla tombola quando zio dopo aver annunciato il numero dodici annaspando e sputacchiando e insalivando tutto il cartellone e battendosi il petto è crollato a faccia in giù nella scodella dei fagioli-segnapunto e mia madre ha cominciato a gridare e a mio cugino gli sono sbrilluccicati gli occhi in questo modo, allora ho capito che aveva un blog.
23/11/05
Ho avuto la conferma del fatto che l’Ipod è diventato un gadget altamente burino nel momento in cui, ieri pomeriggio, ho sentito un ragazzotto diciassettenne, felpina Puma e jeans strappacchiati, pronunciare tutto gongolante la frase “Anvedi, qua c’hanno l’ipod sciaffol a novantanove euri! Io l’ho pagato centodieci, li mortacci”.
Stavo cercando un macinino musicale portatile e leggero, a causa dell’annoso problema “cellulite”. Marco non ne vuole sapere di quel nuovo corso a prezzi popolari di rock and roll acrobatico*, mi rifiuto categoricamente di entrare in contatto con il popolo delle palestre, in piscina sono felice solo quando nuoto a tartaruga, quindi mi son dovuta rassegnare: mi resta solo l’economico e noiosissimo jogging al parco. Il problema è che ci ho provato, vi giuro, ma mentre corro non riesco a togliermi dalla testa il pensiero fisso “…quando finisce, quando finisce, quando finisce…” che mi fa smettere dopo due minuti scarsi. E allora ho capito. L’unica soluzione è infilarmi della musica nelle orecchie per riempire il nulla che, in questi momenti, mi prosciuga il cervello.
*********
Mi pare significativa (inquietante) una frase scritta da Kay al ritorno dal suo viaggio negli States, in questo post: la densità media di ipod per metro quadrato aumenta in proporzione all’aumento del chiasso del traffico urbano. E a quanto riferisce - privatamente - anche Emma, rediviva dal Giappone, a Tokyo le persone si sono ormai trasformate in portatori mobili di Ipod.
E da noi? Nonostante il progressivo intamarrimento degli utenti, di cui è testimonianza l’aneddoto all’inizio del post, ancora stenta moltissimo a decollare. Ma è probabile che, nel giro di pochi anni, anche in Italia saremo ai livelli giapponesi americani o quasi, ognuno col proprio Ipod nel taschino, come oggi ognuno ha il suo cellulare.
Potreste obiettarmi, innanzitutto, che ciò non avverrà perché se l’Ipod è destinato a sostituire il walk-man, adesso col walk-man qui in Italia non ci va in giro quasi nessuno. Ma non avete pensato ai tre insormontabili difetti del walk-man: l’ingombranza (la dimensione non poteva essere inferiore al Cd e quanto alle cassette, spero non vi siate mai fatti vedere in giro con un walk-man a cassette), la scarsa capacità (massimo venti canzoni) e l’ineleganza.
L’Ipod, invece, è perfetto per tutti:
- piccolo e leggero, non intralcia la deambulazione;
- può contenere ore ed ore ed ore ed ore di musica;
- è un bellissimo oggetto, trendy da indossare, proprio come un gioiello o una cintura firmata (eppoi l’Ipod è fimato);
- ne esistono diversi modelli e prezzi, che si adattano ai diversi status sociali: dallo studente squattrinato (shuffle) all’imprenditore in carriera (video).
Potreste, poi, obiettarmi che il paragone con il cellulare non regge, perché quest’ultimo è utile alle mamme ed alle fidanzate apprensive e facilita i contatti con gli amichetti: bisogni, certo, alimentati dall’esistenza stessa dell’oggetto, ma che sono ben più pressanti di quelli tanto vaghi di cui l’Ipod diventerà foriero (bisogno di musica? di figaggine? d’integrazione sociale?).
Ma state dimenticando la storiella della povera Rebecca che sente il bisogno di un riempitivo mentre corre. Secondo voi, quante persone pensano a qualcosa mentre corrono/camminano? A qualcosa di interessante, dico, che le possa intrattenere. Quante si annoiano? Quante hanno il cervello in stand-by?
Ecco. L’Ipod dà la possibilità a tutti questi cervelli in stand-by di riempirsi finalmente con un’attività, che li nobilita, tra l’altro, agli occhi del mondo (ascoltare musica, uau, quello è uno che ascolta un sacco di musica), diventando così oggetto irrinunciabile. E certo che non se ne potrà fare a meno, l’idea geniale è questa, buttare sul mercato uno screensaver per cervelli, l’Ipod è uno screensaver!
Certo ci sono quelli che dietro ci sono idee molto democratiche, e che la musica a basso prezzo, che la sconfitta della illegalità, che la musica si diffonde e la si ascolta di più ecc. ecc.
Ecco, a proposito di questo ultimo punto (l’unico che mi sta a cuore), ecco io credo succederà proprio il contrario: la si ascolterà molto di meno.
Ma ci pensate voi, tutta questa gente che normalmente non sente più di una canzoncina alla settimana, tra dieci anni la vedrete passare in strada, cuffiettine alle orecchie, mentre s’ingozza delle sue tre ore quotidiane di musica. Che bello, evviva la musica, l’Ipod promuove l’ascolto! L’Ipod salverà la musica, evviva l’Ipod! A crederci.
Avere un Ipod, in realtà, portarselo sempre appresso e ascoltarlo ovunque significherà:
- argomento di conversazione (l’hai sentita questa; nuovi accessori; nuove mascherine; nuovi upgrade)
- un bell’oggetto da sfoggiare (nel suddetto taschino; sulla cintura; al collo)
- uno screensaver sempre acceso nelle ore di stand-by.
Per fare un esempio, pensate a un adulto ascoltatore medio di musica, che ne sentiva volentieri un poca nelle pause di relax, nei momenti di buco (macchina) in sottofondo alle attività casalinghe e simili. Una persona così, che non si sarebbe mai sognata di comprare uno stupido lettore mp3, perché girare con le cuffiette, dai, è una cosa da ragazzini, resta affascinata dall’Ipod in quanto oggetto (bello, firmato, cool). Il passo immediatamente successivo è quello di giustificare il desiderio con vaghe motivazioni del tipo: “Ah, quanta musica a basso prezzo” (e intanto spende trecento euro solo per l’oggetto) “Ah, utilissimo mentre vado al lavoro” “Con il nuovo si possono vedere anche i film**!”. Poi arriva l’acquisto e incomincia l’uso. E nel giro di tre mesi anche questa persona sarà diventata dipendente - Musica Musica Musica ovunque - dallo screensaver e non ne potrà più fare a meno.
Succederà così per tutti?
Fine della storia: ho comprato un lettore mp3 della Scott, dopo esser stata indecisa tra questo e l’Ipod shuffle. L’elemento decisivo? Il prezzo. Ho speso 55 euro (e stop) per 1 onesto giga di attività sudorifera. E basta ora parlare di Ipod, che è tremendamente out.
*vai a farglielo capire, che se paghi due mesi di lezioni in anticipo ti regalano il body rosa ufficiale coi lustrini.
**motivazione che, in periodi di tendenza all’home-theatre, mi pare quanto mai posticcia ed assurda: ma come puoi desiderare di guardare un film su uno schermo grosso quanto la tessera della biblioteca?
Nota: l’illustrazione è di Mick Stevens
29/09/05
Di sicuro lo ignorate, ma la forma delle mani è elemento fondamentale per stabilire chi tra voi potrà seriamente aspirare ad un posto su nell’olimpo della blogpalla. Niente storie, links accessi e commenti quanti ne volete, è sufficiente un’occhiatina alle mani, il blogger è fatto. Occorre dunque valutare le caratteristiche relative a polso, palmo e dita, valutarle molto molto attentamente, prima di baloccarsi con false speranze di gloria. E perché non abbiate più a rimaner delusi, blogdiscount vi offre una breve semplicissima classificazione delle forme blogger più comuni, illustrandovene limiti e potenzialità.
1. Mano Comune
E’ il tipo di mano che si trova più facilmente, poiché non evidenzia particolari qualità e, nel complesso, ha un aspetto neanche troppo tozzo e grossolano. Il palmo è esteso, le dita hanno lunghezza media e sono della medesima larghezza dall’attaccatura fino all’unghia, che raramente è curata e ben disegnata. Il pollice tende verso l’esterno, il polso è minuto. E’ una mano elementare, che lascia trasparire tutto e subito, dimostrando che il blogger ha una personalità poco articolata e molto semplice. Costui è probabilmente una persona di modeste origini, che si occupa di cose modeste in modo modesto. Ha aperto un blog per caso e lo cura con amore, è teneramente gratificato dai suoi cinque lettori e risponde alle lodi ostentando modestia. Mantiene su qualsiasi argomento un atteggiamento cauto e disimpegnato, divertito e ridanciano, improntanto ad una dolce pacata nostalgia. Si tiene sempre al di fuori delle discussioni più accese.
2. Mano Utile
E’ parecchio brutta e sgraziata. Ha un aspetto sproporzionato: le dita sono lunghe, soprattutto il pollice, le falangi unghiate tendono ad essere larghe e schiacciate, a spatola. Di solito il proprietario ha unghie cortissime, che enfatizzano l’effetto schiacciato. Le estremità delle dita denotano quindi un carattere pratico, organizzativo e risoluto, che corrisponde di solito ad una postata frequente di contenuto quasi nullo ma decisamente utile, ricca di link citazioni e segnalazioni di vario genere (“oggi è venerdì”). Solitamente appartiene a ragionieri, studiosi delle scienze esatte, meccanici o uomini d’affari (in questo caso il mignolo sarà nodoso e a punta). C’è ben poca poesia in questi individui e perciò scarsa capacità di immaginazione. Spesso sono nervosi, inquieti, insoddisfatti. Molto intraprendenti, spesso esaltati, non disdegnano la leccata sistematica, che anzi praticano con assiduità.
3. Mano Tozza
E’ una mano quasi quadrata, con dimensioni piuttosto regolari ma dita che sembrano trinciate in punta. Le unghie sono piatte, quadrate, e in alcuni casi possono somigliare a quelle della mano utile, cioè essere leggermente spatolate, denotando praticità e ordine. Nel caso abbiate dubbi su una mano tozza potete misurarla: la lunghezza del dito medio deve corrispondere alla lunghezza del palmo (dall’attaccatura delle dita al polso). Il blogger dalla mano tozza è portato per attività che richiedono calcolo e precisione, quali ad esempio la manutenzione dell’archivio e il calcolo dell’andamento mensile di visitatori unici. Non pretende molto dal proprio blog e si accontenta di convivere giorno dopo giorno con alcune placide abitudini. E’ poco curioso e si sorprende con niente (“tu guarda, oggi è venerdì”). Si occupa soprattutto di questioni tecniche e ama postare foto di gatti e bambini piccoli.
4. Mano Complessa
Riunisce in sé alcune caratteristiche delle precedenti, soprattutto nelle dita. Quella descritta nell’illustrazione (un esempio tra i tanti) ha la falange unghiata quadrata, indice tozzo ma anche spatolato, medio e mignolo piuttosto sottili e pollice lungo, appuntito, tendente verso l’esterno. Se ne può dedurre di conseguenza che il blogger in questione ha una conoscenza vaga e raffazzonata di diversi argomenti, si occupa di molte cose ma raramente è esperto di una in particolare. Scrive di tutto e su tutto vuole esprimere un’opinione. Spesso tende verso una cupa strampalata liricità da studente depresso. Fatica a portare a termine i propri progetti poiché come dimostra il pollice (appuntito), non ha una solida forza di volontà. L’impegno tuttavia, pure sincero, e la malcelata mitomania, pure sincera, non sono sufficienti a mitigare gli effetti di una mano così poco omogenea: nonostante lo desideri più di ogni altra cosa al mondo, non otterrà mai neppure forma comune. E’ la classica mano da wannabe.
22/09/05
Apapapapa anche a voi cari nani,
cosa vi credete, Rebecca vi pensa sempre. E da oggi, non pensa solo alla vostra fama, si preoccupa anche di darvi buoni consigli per investire al meglio i vostri soldi. Qui di seguito trovate le nove (lo so che nove è brutto ma non riuscivo a farne entrare una decima) semplicissime istruzioni per avviare una redditizia impresa di masterizzazione.
1) Assicuratevi di possedere materiale interessante da masterizzare e vendere (esempio: tutti i film di Thomas Millian, videogiochi mitici, o, ancora meglio, spettacoli di noti comici che hanno recentemente fatto successo in internet).
2) Recatevi in un grande magazzino ed acquistate uno stock di dvd o cd vergini in saldo, costo massimo per singolo cd 0,80 euro; per dvd (ovviamente di scarsa qualità) 0,90.
3) Procedete alla masterizzazione.
4) Mettete il vostro annuncio su ebay, in asta, partendo da prezzi bassissimi, di modo che potrete rispondere alle accuse “vuoi lucrare sul lavoro altrui, vergogna!” con un semplice: “ma dai, l’avevo messo in vendita a soli 2 euro, l’ho fatto per il bene della comunità”; consci del fatto che la gente comune non sa che le aste sono pensate al rialzo, e che, nell’impeto generale di diffidenza contro l’acquisto legale, cercherà addirittura di difendervi.
5) Ovviamente non dovete scrivere, nemmeno nell’angolo più nascosto dell’annuncio, neanche in codice, che il cd/dvd è masterizzato, per evitare che vi peschi ebay. Meglio comunicarlo direttamente agli offerenti, e in privato (“prima di fare un’offerta contattatemi!”).
6) Lucrateci, comunque, il solito euretto dalle spese di spedizione con la scusa dell’imballaggio (“il tabaccaio ladro sotto casa mi fa pagare ben DUE EURO per una misera busta, che vergogna”).
7) Aspettate la fine dell’asta.
8) Aspettate il pagamento.
9) Spedite l’oggetto e sfregatevi le manine con gioia.
*mi dicono che una decima potrebbe essere questa, prendete una foto dell’oggetto originale e usatela da richiamo, magari schiaffandola pure in galleria (sarebbe: nella pagina principale della ricerca su ebay), il che oltre ad attirare gente, dà una certa aria di professonalità alla vostra comunque irrimediabile cialtroneria*
06/09/05
prima parte
Si prendano numero dieci topini, n. cinque maschi e n. cinque femmine, siano essi posti all’interno di numero due gabbie separati per sesso, sia ognuno di essi saldamente legato e dunque incapace di movimento, ventiquattrore al giorno per una durata complessiva di numero trenta giorni, ed esposti detti topini ad uno schermo sul quale passino (sia la distanza muso schermo non superiore a numero cinque millimetri), ininterrotte, pagine di questo o questo altro blog, più o meno noti, arbitrariamente selezionati dal dottor Bois bendato.
Vengano il trentunesimo giorno gli schermi disattivati e posti i topini in una terza gabbia medesima per ambo i sessi, liberamente frammisti, e si lascino in detta gabbia liberamente scorrazzare per numero trenta giorni, ragionando frattanto sulle seguenti notazioni: entro le quarantotto ore di esposizione dieci su dieci topini soffrono evidenti sintomi di affezioni gastriche e conseguenti crisi di vomito; entro le duecentoquaranta ore dette affezioni sostituite da stitichezza e conseguente notevole aumento di volume; entro le cinquecento ore fenomeni di violenta pseudofollicolite ovunque nei soggetti; ultimi sette giorni condizioni immutate – stitichezza aumento di volume pseudofollicolite - stabili.
a. Essendo il topino animale oltremodo lascivo, ed essendo trenta giorni di separazione e celibato coatto di detti topini all’incirca corrispondenti ad un anno di identico trattamento per essere umano, stupisce che al termine dei trenta giorni, e per i successivi trenta, numero zero topini di sesso maschile abbiano mostrato un qualsivoglia tipo di interessamento, sia pure esso di amichevole garbata lusinga, nei confronti di numero una o più topine.
b. Si consideri inoltre che numero zero topini, indifferentemente maschi e femmine, siano in grado di riconoscere senza sforzo il cibo che venga ad essi quotidianamente offerto, se non dopo molteplici attenti e prolungati esami olfattivi, e che numero zero topini, siano essi indifferentemente maschi o femmine, siano in grado di scegliere e mantenere una direzione di moto rettilineo, se non inciampando e sbattendo ripetutamente e talora dolorosamente contro altri topini o contro le pareti della gabbia stessa.
Vengano posti il sessantunesimo giorno in una quarta nuova gabbia, e venga essa così predisposta: la si divida al centro con una barriera di numero quattro fili di rame, distanti due centimetri l’uno dall’altro e occupanti l’intera dimensione verticale della gabbia, nei quali detti fili si faccia scorrere corrente elettrica non superiore a …, si pongano i topini indifferentemente maschi e femmine all’interno di una porzione della gabbia, liberamente frammisti e scorrazzevoli, si ponga all’interno della porzione ad essa separata lo schermo nella prima fase descritto.
[Per un tocco di maggiore realismo, assegnare un nome a ciascun topino.]
06/06/05
Guardando le statistiche di una blogstar, che regolarmente sfora le 1001 pagine viste al giorno, quante volte vi siete sorpresi a pensare: “Caspita! Più di mille persone al giorno guardano quel sito…”, quante volte? Nessuna, vero? Perché voi siete personcine intelligenti, e capite che le pagine viste sono una cosa, e le visite un’altra.
Beh, però, obbietterete voi, le visite quotidiane di una blogstar si attestano pur sempre sulle 700/800. E non dimentichiamo che tutti i contatori, una volta arrivate a 1001 pagine viste, si fermano. Quindi, direte voi, chissà quante non ne conta. Aggiungi qua, aggiungi là, viene fuori che siamo comunque sui 1000, anche più.
Quello che voi comuni mortali non sapete, o non immaginate, in quanto non possessori di uno shinystat pro, o di qualsiasi altro gestore di statistiche più decente di shinystat free, quello che non sapete è che c’è un altro fattore di scrematura: i visitatori unici.
La voce “visitatori unici” conteggia il numero di IP che quotidianamente si connettono al vostro blog. Cioè in sostanza, il numero reale dei nanetti che capitano da voi. Prendete carta e matita. Fatto?
Ora scrivete su un foglio il numero di visite (non pagine viste, eh, visite) che fa il vostro blog. Ci siete?
Allora reggetevi forte, poiché i visitatori unici oscillano di solito tra il 40% e il 50% delle vostre visite (più facile che sia il 40).
Caspita, starete pensando, soltanto il 40% delle mie visite corrispondono ai visitatori reali? Eh no, cari miei, non è finita. Bisogna infatti tenere conto di qualche altro fattore: anzitutto, il numero di ip mobili che agli occhi di shinystat sembrano visitatori diversi, ma in realtà non lo sono.
Per quanto ne so io, in Italia l’ip fisso è più raro di quello mobile (pensate a tutte le connessioni via modem, agli adsl mobili, ecc). A occhio, guardando gli ip dei nostri commentatori, l’80% di essi ha ip mobile (se siete in possesso di dati più certi sulla diffusione degli ip fissi in Italia, saranno i benvenuti). Ok. Ciò significa che dei visitatori unici mensili, il 20% sono certi. Il restante 80% no, perchè molti di loro potrebbero essere lettori con ip mobile che capitano da voi per la seconda volta durante una connessione diversa. Ma quanti? L’unica ipotesi che posso fare è che il rapporto “visite”/”visitatori unici apparenti” sia simile a quello “visitatori unici apparenti con ip mobile”/”visitatori unici reali con ip mobile”. Secondo questa ipotesi, i visitatori unici reali con ip mobile dovrebbero essere, quindi, il 40% del restante 80% (ricordate? avevamo tolto un 20% di ip fissi).
Ma non è ancora finita. In media, il 20% degli accessi al blog dei comuni mortali (per le blogstar scende, fino ad arrivare al 10%, 8%, 5%, mentre per gli sfigablog arriva anche al 30%, 35%, 40%: questo è comunque un parametro che potete controllare nel vostro shinystat sotto la voce “totale referers”) proviene dai motori di ricerca, ossia nella stragrande maggioranza dei casi da persone che capiteranno una volta, per sbaglio, sul vostro blog (tutte quelle chiavi divertenti di cui vi vantate nei resoconti mensili), si accorgeranno di non aver trovato ciò che cercavano, e se ne andranno senza leggervi.
E non è finita. L’ultimo imperscrutabile parametro è dato dal numero di visitatori che capitano per caso sul vostro blog cliccando su un link, e che (similmente a quanto accade per le chiavi di ricerca), non trovando nulla di interessante, se ne vanno dopo tre secondi. Non penso, comunque, sia una percentuale molto alta, perché solitamente i link della famosa colonna laterale vengono cliccati quasi soltanto dal proprietario stesso che li usa come comoda “blogbar” casalinga. Ma togliamo, così, per sfizio, un altro 3%.
Adesso finalmente potete eseguire il problema: quanti sono i lettori reali del vostro blog?
Un aneddoto divertente: durante un convegno assieme ad altri insigni, abbiamo molto riso alle spalle di quei blogger che festeggiano le cinquantamila, centomila, duecentomila visite, basandosi sul contatore di Splinder. I poveretti forse non sanno che Splinder conta un mucchio di accessi in più che nulla hanno che fare con le visite reali. Ma di questo argomento parleremo in un altro post, di tipo comparativo.
Ed ora, un esempio:
Pipilla è molto orgogliosa delle sue 200 visite giornaliere, ma dopo aver letto l’articolo di Rebecca, decide di fare un calcolo per vedere quanti sono i visitatori reali.
Grande delusione nel vedere che il 40% di 200 è solo 80.
Di questi 80, il 20%, cioè 16, hanno l’ip fisso, dei restanti 64 devo calcolare il 40%. 25,6. Più 16 fa 41,6. Pipilla si sta sentendo male.
Da 41,6 deve togliere il 20 (motori di ricerca) + 3 (link casuali) = 23%, cioè 9,57 lettori. 41,6 - 9,57 = 32,03. Per darsi un contentino Pipilla approssima all’eccesso.
Pipilla piange amare lacrime scoprendo di avere, in media (quando le dice bene), soltanto 33 lettori.
Vorrei dare una piccola consolazione a Pipilla. Immagina trentatre persone sedute ad ascoltarti in una stanza: non sono poche. Certamente, non giustificano operazioni commerciali, pubblicazioni, assunzioni in Rai. Ma sono comunque una soddisfazione, non capita a tutti.
*la vignetta è di Mike Twohy*
31/05/05
- Mi hanno detto che Blogdiscount non fa testo.
- E come mai? Che cosa ci vuole, per far testo?
- Credo che per far testo, ci voglia la faccia.
- Non ho capito.
- Non importa quel che scrivi, anzi non importa proprio che tu sia del tutto alfabetizzato, importa “conoscersi”.
- Eeeh, che pessimista, la solita teoria paranoica delle “amicizie”.
- No, non c’è neppure bisogno di fare amicizia. Basta che ti presenti al primo blograduno, anche condominiale, e dica: “Ciao, io sono madameverdurin.splinder.com, puoi chiamarmi Gustavo”, poi si sparge la voce, sai, di link in link, meglio se non sei troppo figo che non scateni risentimento (ma se sei una ragazza, vale il contrario), da quel momento, sei credibile – ricattabile, dico io -, e fai testo (anche se scrivi due righe strampalate ogni due giorni).
- Be’, ma scusa, che c’entra? Ci sono tanti motivi per cui ho un nick, tra cui il principale è che è un delizioso modo di sfuggire ad alcuni noiosi obblighi e formalismi di natura istituzionale o sociale (oltre al fatto che da quando la rete è rete, è raccomandato usare un nick, per sicurezza e privacy). Non era quella, la novità del virtuale?
- Ah, ma tu non conosci lo strano caso del dr. NomeECognome e di Mr Nick? Adesso ti racconto.
Il Dr. NomeECognome era affidabile, firmava assegni e appelli per la pace. Pesava ogni parola che diceva perché “sapeva che parlare e scrivere è come fare”, che “la sua presenza permette di compiere atti linguistici. Gli atti linguistici sono promesse, insulti, ordini, sì matrimoniali, ecc. Sono cose fatte con le parole.”*
Un giorno (non era una notte, stranamente, era proprio un giorno, anzi, un giorno in ufficio che il collega stronzo, quello che lecca il culo all’executive senior, gli aveva rovesciato apposta – sì, sì, ne era certo - il caffè sulla tastiera), ecco un giorno, davanti al suo schermo dove leggeva pieno di disprezzo quelle cazzate della rete, è stato preso da un impulso micidiale e ha digitato in un commento “Qual è si scrive senza apostrofo, ignorante!” firmandosi con un nick. E’ stato l’inizio della fine.
Dopo si è vergognato da matti. Si è giurato che non l’avrebbe fatto mai più. Si è sforzato di non andare a ricontrollare ogni cinque minuti se qualcuno avesse risposto, e quando ha letto : “Ma chi ti conosce povero coglione”, c’è rimasto di un male.
L’indomani, seconda crisi. Questa volta ha aperto un blog ed è diventato Mister Nick.
Il Dr NomeECognome era inorridito. Mister Nick scriveva post tremendi, calpestava le aiuole, torturava le zanzare, insultava le dodicenni, rimorchiava le vecchiette, dileggiava Personalità confusa, e soprattutto si rifiutava di rivelare la sua identità. Guarda, non andava mai a un blogrodeo, neanche quando era sotto casa sua.
- E come finisce?
- Molto male. Da quel momento è stato un capitombolare senza fine. Il Dr. NomeECognome è diventato l’ombra di se stesso. In ufficio, non rispondeva più a nessuno. Saltava la pausa delle undici e mezzo, scriveva Vivalafiga sulla porta dei gabinetti aziendali, mandava lettere anonime al direttore delle risorse umane. Mr. Nick s’era impossessato di lui. Che dico? Era diventato lui! Finché un giorno fatale, ha firmato gli assegni del Dr. NomeECognome.
- Ecco vedi quel che può succedere, a giocare con il fuoco!
- Quindi, se vuoi far testo, mostra la faccia e dai le generalità. Dopo, oltretutto non avrai neanche più bisogno di scrivere nulla, oppure solo qualche riga, generata automaticamente, un semplice link preso a casaccio in un blog americano, la foto dei gerani sul balcone, il calendarietto del meccanico all’angolo, l’ultimo mp3 scaricato, basta e avanza.
- Ma che piacere c’è?
- Non lo so, credo che così uno si senta felice, riconosciuto.
- Ma se io, appunto, non voglio essere conosciuto, figuriamoci, riconosciuto!
- Be’, allora non farai testo.
- Oh, devo andare. Paghi tu i cappucci, eh. Ciao!
* Le parti virgolettate sono tratte da un commento di Tiziano Scarpa.
19/05/05
Ritrascrivo una conversazione con Emma (grazie per la foto) sul libro del momento in rete. Siccome stavamo chiacchierando, noi due, do per scontato che si conoscano la trama e le intenzioni dell’autore.
- Ma il libro che mi hai passato, lì, Perceber, ti è piaciuto?
- Perché me lo chiedi?
- Non ci capisco niente. Faccio una fatica boia, per cui mi chiedevo…
- Cos’è che non capisci?
- Oh tutte ‘ste lettere ebraiche, le corrispondenze mitologiche, le parole strane. E poi, quante maiuscole! Ecco, non capisco.
- Bah, tutto questo, lo puoi lasciare da parte.
- Ma se l’autore le ha messe, ci sarà una ragione?
- Sì, ma non è una buona ragione. Le ha messe perché voleva spiegare al lettore come ha costruito il libro…
- Be’, a me sembra una buona ragione…
- No. Tranne quando anche la costruzione del libro fa parte dell’opera, come in quel libro che ti era piaciuto, di Nabokov, Fuoco pallido, che uno crede si tratti di un poema con straripanti note a pie’ di pagina. Ma poi, nelle note si sviluppa la vera storia.
- Il poema è tristissimo, quella povera ragazza brutta che si uccide…
- Invece, in Perceber, non è così. Lo scrittore ha messo fuori una cosa che doveva stare dentro…
- Ah, vuoi dire come lo scheletro che invece di essere nascosto diventa palese a tutti?
- Oh, molto giusto. Sarebbe orrendo, no? pensa, Emma, se adesso invece di vederti come sei, vedessi ossa ammantare la carne, che schifo.
- Uhm, come l’esocheletro di certi invertebrati che poi è il carapace.
- Sì, e non si possono mangiare, sono bocconi duri. Oppure si spezza il guscio e si butta via. Come nell’episodio di Grancy, la granseola parlante!
- Che ridere, quella storia. Ma sei sicuro? Mi ha impressionato, sai. Tanta scienza. Argomenti così ardui, la mistica ebraica, il neoplatonismo, il pensiero agostiniano, le citazioni di libri antichi, della bibbia… Sono cose serie, importanti, difficili…
- Oh, avrò un pregiudizio, ma chiunque usi la Cabala a fini romanzeschi manipola ciarpame, se non lo fa in termini parodici o comici (perché dopo l’Aleph di Borges, basta). Ci fai per forza entrare tutti i misteri del mondo, con questa ebbrezza poi che di mezzo ci sono Sefiroth (solo il nome, piace fin troppo), lettere, le cose stesse con le quali chi scrive combatte ogni giorno. E poi, scusa, Colombati, ben tre volte ci deve spiegare la sua cosmogonia : nell’introduzione, nel capitolo 32, quello dello zio Pompilio, e nelle note all’inizio di ogni capitolo. Ma se lui ha trovato questo trucco, anche complicatissimo, per costruire il suo romanzo, non lo deve mostrare.
- Posso saltare allora?
- Uh, per me, sì. Perec, per esempio, nella Vita istruzioni per l’uso, nonostante avesse adottato un sistema molto più complesso, non lo scrive da nessuna parte, ci lascia nell’ignoranza. L’illusione deve funzionare da sé. Dire che hai fatto il puré con il burro, se il puré è venuto male, non migliora il sapore.
- Ma lo sai che nel titolo, c’è il nome di Perec? E anche “percebe”, quel crostaceo cirripede che si mangia in Spagna e in Portogallo (visto che parlavamo di crostacei).
- E’ vero! Non ci avevo pensato. Io pensavo solo a “Père sévère”, con tutte le allusioni al principio primordiale, a Dio onnipotente e creatore, all’Adamo cosmico!
- Ahahah, il padre severo. Invece, il dio-papà, qui, chi è? Baldini, il vecchietto che fa la mappa di Roma? Oh ci sono andata qualche volta a Roma, non la conosco bene, ma nel libro, è così strana…
- Pensa che io, ogni volta che vado a Roma ho questa impressione qui: prendo la metro, per dirti, e le fermate hanno nomi che, clic clic, solo a leggerli, ci sono strati e strati di storia, di scuola, di miti che sciabordano, e nello stesso tempo io sono lì, nell’ordinario quotidiano. Il colmo dell’esotismo e del sordido.
- Sì, insomma, questo gamberone è difficile da trangugiare.
- Ma un po’ di polpa, l’hai trovata?
- Mmmh, sì. Quando Giovanni Migliore parla della madre, della sua morte, del dolore che non c’è ed è il massimo dolore. Oppure, adorabile, il padre, quando lui va a dirgli, a notte fonda, che è frocio, oppure i dialoghi di Migliore con Demetra e Eulalia (un po’ arpie, entrambe), le scene di sesso truculento, sono divertenti, a volta invece così brividosamente sudicie…
- A me ha divertito la recensione di Thriller di Michael Jackson e quella dei Supertramp, oppure la visita dell’obitorio, o ancora… Sì, insomma, se la fosse menata meno, veniva una specie di Silenzio degli innocenti nell’Urbe, non era male…
- Senza Clarice Sterling, però. Peccato. E Perceber, la città magica?
- Oh quella è copiata da Macondo. Il romanzo, l’ho letto da matricola all’università e sul momento m’era piaciuto, ma poi mai più. Cent’anni di solitudine è un po’ il Piccolo principe dei ventenni.
- Mi vuoi dire che gratta gratta Colombati è un ingenuotto?
- Letterariamente, un po’ sì, ma che importa.
- (Oh, mi sta diventando simpatico…)
- Dicevi?
- Niente.
- Ti amo, Emma. Vieni qui.
- Dire “Ti amo” è sempre una citazione.
- Uhm, questa l’hai presa dal libro, ma era già a sua volta una citazione, sai, di Eco.
- Quello del Pendolo di Foucault?
- Purtroppo, sì (anche lì, fior di Cabala e simboli, dai Templari in su e in giù).
- Smack (scusa, non c’entra niente)!
Next Page »
|